
Cari Spoilerinos,
la Croisette ha spento le sue luci. Il tappeto rosso è stato arrotolato, gli ultimi flute di champagne sono state svuotati con un sorriso stanco ma soddisfatto, e il Festival di Cannes si è chiuso con un’edizione che, fidatevi, sarà difficile dimenticare.
La cerimonia finale è stata un inno al potere del cinema come specchio del presente e leva per il cambiamento. Dopo quasi due settimane di proiezioni, polemiche, incanti e ovazioni, la giuria guidata da Juliette Binoche ha assegnato la Palma d’Oro a Anora di Sean Baker. Un verdetto che ha sorpreso, ma soprattutto emozionato. Il film è un ritratto crudo, vibrante e profondamente umano di una sex worker in cerca di riscatto. Quando Baker è salito sul palco per ritirare il premio e ha dedicato il riconoscimento “a tutte le voci che non vengono ascoltate”, la sala ha risposto con un’ovazione che sembrava non voler finire.
Le ultime proiezioni non sono state meno intense. The Shrouds di David Cronenberg ha diviso la critica come raramente accade: da una parte chi ha applaudito il ritorno a un’estetica visionaria, dall’altra chi ha giudicato il film un esercizio troppo cerebrale. Sulle poltroncine, in molti hanno discusso fino a notte fonda. Sul red carpet, invece, il glamour ha tenuto botta fino all’ultimo: Zendaya in Dior ha lasciato senza fiato, mentre Timothée Chalamet ha camminato con quella sua naturale eleganza, come un’eco sofisticata del passato che si fonde nel presente.
Juliette Binoche ha aperto la cerimonia con un discorso che ha toccato corde vere: “In questi giorni abbiamo visto storie che ci hanno fatto ridere, piangere, arrabbiare. Il cinema ci ricorda chi siamo e chi possiamo essere.” E davvero, mai parole sembrarono più giuste. Quest’anno Cannes ha saputo unire provocazione e poesia, offrendo opere che resteranno nella memoria.
Tra gli altri premi, il Premio della Giuria è andato al norvegese Affeksjonsverdi di Joachim Trier, una piccola meraviglia che ha saputo raccontare l’intimità dei legami familiari senza cadere nel sentimentalismo. History of Sound di Oliver Hermanus, con Paul Mescal e Josh O’Connor, ha conquistato il riconoscimento per la miglior sceneggiatura: una storia d’amore sussurrata tra le righe, tra i silenzi della guerra e le parole che salvano. Jodie Foster, intensa e magnetica in Vie Privée di Rebecca Zlotowski, ha ricevuto il premio come miglior attrice, tornando a Cannes quasi mezzo secolo dopo Taxi Driver. Un cerchio che si chiude con grazia e potenza.
Per l’Italia, l’unico titolo in concorso è stato Fuori di Mario Martone. Una nota dolceamara: se da un lato Valeria Golino ha ricevuto una menzione speciale per la sua interpretazione intensa nel ruolo di Goliarda Sapienza, dall’altro il film ha ricevuto reazioni tiepide, ed è stato definito da alcuni come il titolo meno entusiasticamente accolto in competizione. Un’occasione sfiorata, ma che ha comunque lasciato un’impronta.
Cannes, quest’anno più che mai, è stata anche un palcoscenico politico. Già all’apertura, Robert De Niro ha acceso gli animi con un discorso infuocato contro le politiche culturali statunitensi, in particolare contro la proposta di tassazione sui film stranieri. Tarik Saleh ha portato in concorso Eagles of the Republic, che affronta con coraggio la vicenda di Giulio Regeni. E sulla Plage de Quinzaine, un Manifesto firmato da centinaia di cineasti europei ha chiesto a gran voce più sostegno per il cinema indipendente. Segni chiari che la settima arte non ha alcuna intenzione di restare in silenzio.
Naturalmente non sono mancati momenti memorabili, nel bene e nel bizzarro. Il tributo a Denzel Washington, premiato con la Palma onoraria durante la proiezione di Highest 2 Lowest di Spike Lee, ha commosso il pubblico. Julia Ducournau ha ricevuto una delle ovazioni più lunghe di tutto il festival per Alpha, e sì, era davvero meritata. Tra i corridoi e le terrazze, si è anche parlato del curioso personaggio vestito da condor gigante alla premiere di Die, My Love. Cannes è anche questo: eccessi e sorprese, incanti e piccoli incidenti, glamour e stravaganze che si mescolano in un’unica, inconfondibile atmosfera.
Ora che tutto è finito, resta una malinconia leggera, come la luce del primo mattino sulla spiaggia deserta. Questa edizione ha saputo guardare al futuro con occhi lucidi, ma anche pieni di speranza. Il cinema, ancora una volta, ha dimostrato di poter essere rifugio, specchio, lotta. Cannes non ha solo celebrato il cinema. Lo ha difeso.
E sì, posso dirlo. C’ero anch’io, tra la folla, con il mio taccuino sempre aperto e la sensazione che, anche stavolta, il cuore abbia battuto un po’ più forte davanti a uno schermo.
Fino alla prossima recensione!
Alice
per Attention Spoilers
