CONVERSAZIONI CON UN KILLER: IL CASO BUNDY

“Non sono colpevole. Conta la volta che ho rubato un fumetto a cinque anni? Non sono colpevole delle accuse che mi sono state rivolte. Non sono colpevole, non per come lo intende lei.”   Ted Bundy

A trent’anni dall’anniversario della morte, Netflix rilascia la docu-serie che ripercorre la storia di uno dei più famigerati serial killer d’America, Ted Bundy.

La storia divisa in quattro parti è basata su interviste recenti e passate.

Vi sono inoltre 100 ore di registrazioni audio realizzate dai giornalisti Stephen Michaud e Hugh Aynesworth durante il periodo in cui Ted era nel braccio della morte.

Il documentario inizia mettendo al centro della questione  quello che fu il più grande mistero di tutta la vicenda: Ted Bundy stesso.

Le voci fuori campo della madre, amici e conoscenti arrivano alle nostre orecchie all’unisono, contornate dall’incredulità e dall’urgente necessità di farci sapere che Ted non era come l’opinione pubblica lo stava dipingendo : Ted era stato un bravo figlio, un bravo amico, uno studente, un politico.

E mentre immagini delle sue vittime inziano a scorrere sotto ai nostri occhi altre voci di poliziotti e giornalisti, si sovrastano a quelle dei parenti e degli amici, descrivendoci la brutalità, la ferocia che quell’apparente bravo ragazzo  aveva scatenato sulle sue povere vittime.

“Non sono un animale, non sono pazzo, non ho una doppia personalità. Sono solo una persona normale.”

Nell’America degli anni ’70 il termine “Serial Killer” non esisteva ancora.   All’epoca era impensabile, infatti, che una persona potesse uccidere qualcuno più di una volta, che si potesse togliere la vita ad un altro essere umano ancora, ancora e ancora.  Qualche anno dopo Ted Bundy rappresentò, però, la distruzione totale di questa convinzione.  Diventando uno dei 10 criminali più ricercati dall’FBI, doveva rispondere davanti alla legge per 36 omicidi.

KILLER CAMALEONTE

Ted, come inziò a raccontare lui stesso nelle registrazioni audio che il giornalista Micheal fece nel 1980, aveva un idea idealizzata della sua infanzia e di tutta la sua vita. Si considerava un ragazzo brillante, che aveva passato gli anni dell’infanzia giocando con gli altri bambini e gli anni dell’adolescenza  impegnandosi per diventare rappresentante di istituto e per essere il primo della classe.

Una volta diplomato, si era laureato in psicologia ed iscritto alla facoltà di legge, era da molti considerato uno studente “bello, giovane e gentile”. Di certo  non il tipo di persona che potesse commettere crimini tanto brutali.

Ted era noto per adattarsi ad ogni situazione, riusciva a risultare affascinante e simpatico a chiunque.

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“Ted aveva questa sorta di faccia camaleontica che lo faceva apparire, a seconda dell’angolazione, una persona completamente diversa”    

UN GENIO DIABOLICO

Circa un anno prima che le donne iniziassero a scomparire, Ted lavorò brevemente per la commissione anti criminale di Seattle. In poco tempo entrò in possesso di migliaia di informazioni;  sapeva come la polizia lavorava, venne a conoscenza delle statistiche sui tassi di criminalità, scoprì ,soprattutto, la falla burocratica che in quegli anni caratterizzava le centrali di polizia: le informazioni sui casi non venivano passate da una giurisdizione all’altra.

Per molti anni, nonostante il numero di donne scomparse e uccise aumentasse, le varie centrali di polizia non comunicarono mai i rispettivi indizi sul caso e non cooperarono tra di loro. Questo permise a Ted, in seguito, di spostarsi continuamente di città in città iniziando  sempre  nuove vite mentre, inevitabilmente, ne metteva fine ad altre.

MODUS OPERANDI

Fu cosi che nel 1974 scomparve da suo appartamento, Lynda Ann Healy una studentessa di 21 anni, seguita nel Giugno dello stesso anno da Georgann Hawkins,  Janice Ott e da altre, altre e molte altre ancora.

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Ted, come venne scoperto in seguito, molto spesso si approcciava alle vittime fingendosi disabile, chiedendo aiuto per prendere delle buste in macchina, spostare qualcosa. Andando poi in qualche luogo appartato, le strangolava, stuprava e seppelliva i loro corpi in montagna.

Alcune donne furono trovate decapitate, e come Ted Bundy poi confessò in seguito, su molti corpi era stata praticata la necrofilia.

UN SERIAL KILLER FUORI DAL COMUNE

Ted  Bundy non era un semplice mostro.

La mente dei serial killer non è cosi facile da comprendere, Ted adorava essere al centro dell’attenzione, si sentiva superiore a tutti e tutto, era arrogante e presuntuoso.

Ma questo sua ambizione, questa sua  voglia di affermarsi andava di pari passo al senso di inadeguatezza che lo perseguitò fin dall’infanzia.

Come viene citato nel documentario, l’infanzia caratterizzata dalla scoperta di essere un figlio illegittimo fu sicuramente il periodo che gettò le basi sulla sua insicurezza lancinante.

E col passare degli anni, mentre veniva rifiutato a varie scuole di legge, lasciato dalla fidanzata dell’epoca,mentre le donne vivevano il loro periodo migliore dell’empancipazione femminile,  il senso di essere un fallimento per se stesso e per la società aumentò.

Ted evase di prigione due volte, per continuare ad uccidere.

Riuscì ad inculcare nelle persone, nelle donne specialmente, per quanto assurdo possa sembrare, il dubbio della sua innocenza fino all’ultimo, tanto che per tre volte la sua condanna a morte fu rinviata.

La sentenza definitiva venne pronunciata dal giudice Edward Cowart con queste parole:

Prendetevi cura di voi stesso, giovane uomo. Ve lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale.  Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso».

Il 24 Gennaio 1989 mentre Ted Bundy moriva sulla sedia elettrica, migliaia di persone fuori dal penitenziario intonavano cori di festeggiamento, allegria e libertà.

“Brucia Bundy, brucia.” 

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Carmen

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