JOKER

Quando un film che vede protagonista il villain più famoso della storia dei fumetti, si porta a casa il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia, qualche domanda bisogna cominciare a farsela. Cosa si cela dietro a quel nome, “Joker”, che sin dal trailer troneggia su tutto il resto, con un titolo a caratteri cubitali che quasi sembra uscire dall’inquadratura?

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E inoltre, come può un regista come Todd Phillips, appena uscita dal mondo della commedia universalmente apprezzata ma dal forte stampo demenziale, confezionare un film che punta verso la corsa agli Oscar?

Tutte queste domande trovano una risposta chiara e limpida nel momento in cui si entra in sala. Quello che ci si trova davanti è un film destinato a fossilizzarsi nella memoria collettiva, pronto a diventare un prossimo cult. E tutto questo avviene per mano di un Joaquin Phoenix maestoso e immenso, che non interpreta Joker, ma lo diventa.

PUT ON A HAPPY FACE

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“Don’t forget to smile!”. Non dimenticare di sorridere. Sono le parole che Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), pagliaccio di professione, è costretto a leggere ogni giorno durante le ore di lavoro. E lui ce la mette davvero tutta per mantenere quel sorriso. Balla in mezzo alla strada, va a visitare i bambini in ospedale vestito da clown, tenta addirittura la carriera da comico. Ma non fa che commettere errori, che lo portano a essere fisicamente e verbalmente abusato dalla società che lo circonda. E comincia a chiedersi se sia veramente lui l’errore.

La squallida vita di Arthur Fleck si proietta sul suo fisico emaciato e asciutto, gobbo e dalla camminata lenta e trascinata. La lucida follia che lo attraversa traspare invece dal suo sguardo, che tradisce quel sorriso che si ostina a mettere e lo trasforma in un reietto. Una risata isterica che non trasmette alcuna gioia e calore ma al contrario fa rabbrividire lo accompagna nella sua vita, così come il biglietto che deve mostrare per scusarsi con chi ha davanti del suo disturbo.

Ma inizialmente l’unica cattiveria che si vede non è in Arthur ma nel mondo che lo circonda. Gotham City è sporca e si sta autodistruggendo, è priva di un leader che la possa guidare al di fuori del caos e gli inferiori sono stufi di venir calpestati dai ricchi. E Arthur non solo si inserisce in questa aria di ribellione, ma al contrario la crea egli stesso, diventando il simbolo di quel mondo che per un’intera vita l’aveva calpestato.

RE PER UNA NOTTE

Si dice che l’ispirazione per una delle frasi già divenute iconiche di Joker (“I used to think that my life was a tragedy, but now I realize, it’s a comedy”) sia legata a una delle citazioni più famose di “Re per una notte” di Martin Scorsese, “guardo tutta la mia vita e vedo cose terribili e allora le trasformo in qualcosa di divertente!”.

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Todd Phillips, dopotutto, non nasconde la sua ammirazione per il cinema di Scorsese e in questa pellicola rende omaggio ad alcuni dei film chiave del regista statunitense come, appunto, “The King of Comedy” o “Taxi Driver”. Quella che Phillips realizza non è però una messinscena che copia pedissequamente l’operato di uno dei più grandi registi viventi, ma compie una scelta più ardita: rende omaggio alle sue pellicole, ma con uno stile reigistico fortemente personale. Come l’inserire uno degli attori feticcio di Scorsese, Robert De Niro che con il suo Murray interpreta un ruolo analogamente opposto al Rupert Pupkin di “Re per una notte”

Phillips si sbizzarrisce con una fotografia dai toni spenti, dove anche le parrucche e i nasi rossi dei clown diventano grotteschi invece di illuminare la scena. Gli unici colori arriveranno sul finale, quando Arthur prenderà definitivamente le sembianze di Joker. L’atmosfera è cupa e mortifera, di una città che non ha più nulla da dare ai suoi abitanti e li schiaccia in una morsa di disperazione. Disperazione che coglierà lo stesso Arthur che per tanti anni è rimasto invisibile, e adesso con le sue azioni, è pronto a diventare il re di questa Gotham City.

SEND IN THE CLOWNS

Il ballo lento e sinuoso di Joker diventa ancora più maestoso con una colonna sonora che descrive i sentimenti di Arthur Fleck. I suoni sono striscianti e stridenti e rendono il tutto ancora più ambiguo. Anche il montaggio apparentemente sconnesso delinea la follia di Arthur dove niente nella sua vita sembra avere un senso e dove tutti intorno a lui sembrano impazzire. La realtà cinematografica viene vista dal suo punto di vista, un punto di vista malato e insicuro.

La macchina da presa segue Arthur, dalla sua iniziale camminata incerta fino al ballo scatenato e libero che compie sulle stelle scale che un tempo saliva con fatica. La danza di Arthur rende la sua figura da grottesca a elegante e aggraziata, e la discesa nella follia renderà il ballo il suo marchio di fabbrica.

Phillips attinge da un panorama musicale estremamente variegato che delinea l’atmosfera nella quale Arthur/Joker si inserisce, da “Smile” di Nat King Cole a Sinatra con “Send in the clowns”, che sembrano fare eco all’inevitabile trasformazione di Arthur.

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“Joker” è un film coraggioso e brutale, disturbante ed estremamente coinvolgente. É destinato a rimanere nella memoria degli spettatori sia a livello visivo sia emotivo. Todd Phillips sfida tutti coloro che non credevano nel progetto, perché troppo ancorati a dei cinecomic classici e al (meraviglioso) Joker di Heath Ledger. Ma Phillips non rivanga il passato e crea una pellicola introspettiva e poetica, aiutato da Joaquin Phoenix che presta anima e corpo per dar vita ad Arthur Fleck/Joker e ne comprende tutto il dolore e la sofferenza. E merita ogni possibile riconoscimento per questo immenso lavoro.

VOTO 9/10

Vittoria

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