LET’S TALK MENTAL

La salute mentale è un argomento molto delicato e che purtroppo ancora oggi presenta numerosi stereotipi che, alimentati dalla disinformazione, hanno creato quello che nel gergo comune chiamiamo ‘stigma’. Ad Ottobre, quindi, è solito dedicare una settimana all’informazione sulle malattie mentali, con l’obiettivo di sensibilizzare più persone possibili sull’argomento. Quest’anno la Mental Awarness Week, iniziata il 7 Ottobre, termina domani. Proprio per questo il team di Attention Spoilers ha deciso di offrire il suo contributo nella speranza di riuscire ad avvicinare più persone alla tematica e di lasciare qualcosa su cui riflettere.

REBECCA

1. LA VERGOGNA

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The Good Place non affronta direttamente l’argomento, ma mi sono sentita molto vicina soprattutto ai personaggi di Chidi e Eleonor che nonostante i loro errori e le loro scivolate continuano a migliorarsi a vicenda e a fare quello che meglio sanno fare: essere umani.

Per me è stata la vergogna. Non riuscivo a parlare con nessuno di quello che mi stava succedendo perché avevo paura che dicendolo ad alta voce sarebbe diventato realtà. a nostra mente sa esattamente come ferirci e quali punti toccare per farci del male e io ero completamente succube dei miei stessi meccanismi mentali, senza neanche rendermene davvero conto. Tutto è iniziato a migliorare nel momento in cui le parole “credo di non stare bene” sono uscite dalla mia bocca. Ne avevo parlato e il primo passo era stato fatto, ma sapevo che la strada era ancora lunga. Sapevo che non sarebbe stato facile cercare di far capire quello che stava accadendo nella mia mente. Io, d’altra parte, ero così convinta che non ci fosse neanche un modo per definire quello che per me erano pensieri e modi di agire impensabili. Invece c’era. OCD. Disturbo ossessivo compulsivo, condito con un bel po’ di ansia generalizzata.

2. LA DIAGNOSI

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la serie che più mi ha aiutato nel mio percorso di accettazione è stata Crazy Ex-Girlfriend, che riesce a divertire trattando argomenti molto seri, come appunto la salute mentale e le malattie mentali.

Il momento della diagnosi è sempre molto liberatorio. Ti si apre una porta verso un mondo in cui comprendi di non essere solo e che in qualche modo ti riporta con i piedi per terra. La malattia mentale non ti rende diverso da quello che sei sempre stato. La tua diagnosi non rappresenta la tua persona. Non siamo le nostre malattie mentali. Anzi, quest’ultime sono solo una piccola parte di tutto quello che ci forma come individui. Sicuramente, però, è una parte che ci segna molto. Tendiamo a cercare persone che come noi stanno affrontando lo stesso percorso, per appoggiarci. Io molte volte ho fatto questa ricerca attraverso le serie tv e i film, cercando nel frattempo di farmi un cultura al riguardo per capire meglio.

3. LA FORZA INTERIORE

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This Is Us è, invece, riuscita a darmi in qualche modo speranza e a farmi capire che tutto questo non dobbiamo affrontarlo da soli.

Tutto quello che ci fa sentire parte di qualcosa ha i suoi lati negativi e i suoi lati positivi. Sicuramente avere una malattia mentale non rientra tra i lati positivi, ma la parte più luminosa è che cerchiamo così ardentemente di essere speciali, ma non lo siamo. O almeno non lo siamo per questo. Lo siamo per come affrontiamo le difficoltà, per come gestiamo i sentimenti, per come ogni giorno tentiamo e ci auguriamo sia meglio di quello precedente. Lo siamo perché la nostra speranza è forte e anche se a volte ci lasciamo travolgere dal nostro inferno personale, non ci arrendiamo, anche se sarebbe molto più facile. Anche se è tutto quello che vorremmo, a volte. In questi casi la forza più grande sta nel chiedere aiuto e ognuno di noi possiede questa forza dentro di sé. Non abbiate paura, non abbiate vergogna, non arrendetevi. Tutto migliora e lì fuori c’è qualcuno che vi comprende e probabilmente non dovrete neanche cercare troppo a lungo. Non siete soli e non dovete affrontarlo da soli, ve lo prometto.

RACHELE

1. L’INIZIO

Mi sono accorta che qualcosa andava “storto” nella mia vita circa quattro anni fa. All’epoca, una persona a me cara si è trasferita in un altro stato temporaneamente, e nello stesso periodo ricominciavano i corsi universitari. Ogni giorno, notavo che facevo sempre più fatica a fare qualcosa che fosse diverso dall’autocommiserazione, e nonostante non lo fossi, mi sentivo estremamente sola e lontana dal mondo. Non so come, ma i miei genitori riuscivano a farmi uscire di casa, e penso sia stata quella la mia fortuna in quei mesi. Insieme alle serie tv. In quel periodo ho iniziato ad appassionarmi a quelle più conosciute, tra cui Shameless.

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Ian Gallagher è il personaggio di Shameless in cui mi sono rivista fin da subito. Vedere lui e come ha affrontato i suoi problemi mi ha spinta a reagire.

Vedere Shameless, e in particolare la rappresentazione di personaggi caratterialmente complessi e ben descritti, mi ha fatto capire che potevo trovare anch’io la forza di combattere ed andare avanti nonostante fosse un brutto periodo. Col passare del tempo, gli episodi in cui non avevo forze e vedevo tutto nero si sono un po’ “assopiti”, fino allo scorso anno.

2. L’ANSIA

Dallo scorso anno, le cose sono riprecipitate ma, stavolta, si è aggiunta l’ansia. Dovuta a cosa, sinceramente, non lo so: all’apparenza la mia vita è come quella della maggior parte dei ragazzi. C’è qualcosa, però, che da quando ho ricominciato a dare esami mi assilla ogni volta. Non so bene se sia semplice ansia da prestazione o altro, ma è come se avessi un blocco mentale verso tutto ciò che richieda il mettermi alla prova o dimostrare le mie capacità. Per farla breve, mi sento un fallimento ancor prima di iniziare. A questo, si aggiungono i repentini sbalzi d’umore e la sensazione di essere un peso per tutti, aspetto che pensavo di aver lasciato al liceo. Ho ritrovato queste mie “instabilità” in varie serie tv, film e libri: da Skins, fino a Virginia Woolf passando per “Il lato positivo”.

3. LA MIA FORTUNA

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Eliott Demaury è il mio alter ego. Dal primo momento in cui l’ho visto, ho capito che io e lui siamo la stessa persona, ma sotto forme diverse.

Ma nessuno mi è stato tanto d’aiuto quanto Skam France. Il personaggio di Eliott mi è entrato proprio dentro: per una volta mi sono rispecchiata caratterialmente esattamente per filo e per segno in un personaggio, sin da sentirmi toccata nel profondo ogni volta che si tratta di lui e dell’attore che lo interpreta, Maxence Danet-Fauvel. È da un anno ormai che ho più pensieri negativi che positivi, sotto molti punti di vista. E mi sento di vivere in una bolla. Ma, devo dire, che da quando c’è lui, sembra andare leggermente meglio. La mia fortuna, tuttavia, è di esserne consapevole e in grado di rendermi conto quando la situazione sta per raggiungere l’apice della pericolosità, e ricorrere a rimedi in tempo utile prima che tutto degeneri. Ma è solo questione di tempo prima che si ripresenti qualcosa di simile, purtroppo. 

ROSANNA

1. IL MANTRA

“Non è niente di grave” le dicevano tutti.
“Sono solo attacchi di panico, passeranno”.
Sono solo attacchi di panico.
Quelle parole risuonavano nella sua testa quasi come un mantra.
Sono solo attacchi di panico.
Sono solo attacchi di panico.
Non era niente di grave,  niente che l’avrebbe uccisa eppure stava male; stava davvero molto male. Era difficile spiegare cosa volesse dire svegliarsi nel cuore della notte con il fiato corto ed il cuore a mille mentre i polmoni sembravano rifiutarsi di far passare l’aria: era come quando sei agitato per qualcosa di importante e ti sembra di faticare a respirare, solo che in quei casi è come se ci fosse un blocco nei tuoi polmoni che impedisce all’aria di passare e man mano i confini del mondo spariscono ed è come se stessi dormendo. Solo che non stai dormendo.
Sono solo attacchi di panico.
Sono solo attacchi di panico.

2. SOLA CONTRO IL MONDO

Quelle parole risuonavano nella sua testa continuamente, soprattutto mentre prendeva quelle gocce che altro non erano che xanax diluita.
Lo sapevano tutti che stava male e tutti la guardavano come se fosse pazza: non aveva ancora compiuto 15 anni e non faceva altro che entrare e uscire dall’ospedale, luogo in cui la imbottivano di farmaci nel tentativo di farla stare meglio. I farmaci la facevano stare parzialmente meglio.
O almeno, questo è quello che pensava lei.
In realtà, le avevano prescritto un farmaco per gli attacchi epilettici invece che per gli attacchi di panico e questo era uno dei motivi per cui sembrava non migliorare nel modo in cui avrebbe dovuto.

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Nessuna persona di 14 anni che prende psicofarmaci dalle tre alle quattro volte al giorno sta davvero bene, perché deve convivere con chi la guarda come se fosse un caso perso e la sua unica possibilità fosse il manicomio. Deve convivere con genitori che cercano di nascondere il più possibile il problema perché non vogliono che in giro si sappia che stai male.
Ma non sanno che così ti fanno stare ancora più male e i tuoi amici che non sanno bene come comportarsi con te perché hanno paura di come potresti reagire. E tu fingi di non accorgerti del fatto che tutti ti trattano in modo diverso, anzi menti a te stesso dicendo che va tutto bene e che presto starai meglio e che, in fondo, sono solo attacchi di panico.

3. IO E GLI ALTRI

Con il passare dei mesi, aiutata dai farmaci giusti e dalla psicologa, aveva iniziato a stare meglio e gli attacchi di panico erano diventati sempre più rari, fino a sparire del tutto. Eppure c’era lei, quella vocina nella sua testa che le ricordava sempre che potevano tornare e che la faceva preoccupare ogni volta che sentiva che l’aria le veniva meno dicendole “E se fosse un attacco di panico?”
Ma non era quella la parte peggiore: quel posto spettava agli sguardi delle persone quando, dopo essere entrata in confidenza con loro, raccontava cosa le era successo anni prima.

“Sai, a 14 anni ho sofferto di attacchi di panico”
“Ah si ti capisco, guarda anch’io sono sempre stata super ansiosa”
“Si, ma io prendevo degli attacchi molto forti”
“Pensa che una volta sono scoppiata a piangere durante un’interrogazione da quanto ero in ansia, quindi capisco benissimo quello che intendi”

“Ah si?” avrebbe voluto rispondergli “Sai davvero quello che si prova ad entrare e uscire dall’ospedale mentre le infermiere sbuffano perché sono stufe di vederti e tutti ti credono pazza solo perché le medicine che prendi per stare meglio sono etichettate come psicofarmaci? Sai davvero cosa vuol dire vedere i tuoi genitori vergognarsi di te perché vai da una psicologa e prendi psicofarmaci invece che andare in discoteca con le tue amiche?”

Alla fine non rispondeva perché alcune cose preferiva tenerle per sé, evitando così gli sguardi giudicanti degli altri; avere ansia è una cosa, soffrire di attacchi di panico un’altra, ma molti sembravano non capirlo.

Cosa fare

Come dimostrato, quando si tratta di salute mentale e modi in cui potrebbero manifestarsi dei segnali d’allarme, non c’è un vero e proprio modo per prevenirli. Si possono presentare nelle maniere più disparate, e sotto forme che risultano esserlo ancora di più. Anche le persone che ci sembrano più forti, potrebbero soffrire di disturbi mentali.
Ciò che possiamo fare, è parlarne. Che si tratti di noi stessi, o persone a noi care, il dialogo è uno fra gli aiuti più grandi.
Soltanto dimostrandosi disponibili al dialogo, all’inclusione e all’accettazione si potrebbero cambiare le carte in tavola.

Benny

"I believe in the power of words"

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