LA RAPPRESENTAZIONE DELLA COMUNITÀ LGBT ATTRAVERSO I FILM E LE SERIE TV

A poco più di un mese dalla fine del 2019 e l’inizio del 2020, un post così non poteva mancare.
La comunità LGBT sta acquisendo sempre più diritti e i suoi membri consapevolezza della loro identità (per fortuna), perciò l’inclusione e la rappresentazione delle loro storie è fondamentale.
Potrebbe sembrare banale, ma è importante ritrovare se stessi nei personaggi, e spesso questo può dare la spinta per cambiare le carte in tavola.
Per questo, e molti altri motivi, abbiamo scelto di presentare tre film e tre serie tv che vanno oltre ai soliti cliché.
Buona lettura!

POSE

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Pose è una di quelle poche serie tv in grado di darci un quadro completo di quanto dovesse essere difficile essere parte della comunità LGBT nella New York del 1987.

Non che ora la situazione sia migliorata quanto gli stessi protagonisti di Pose si aspettassero. La serie, ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals, si sofferma in particolare sulla comunità gay e transessuale (scegliendo attori realmente transgender) in una New York che era la dimora per eccellenza delle “Houses” e dei “Balls”, due delle prime “istituzioni” che hanno permesso alla Comunità LGBT di rafforzarsi e iniziare a ottenere una sua propria voce.

Pose però, nonostante sembri inizialmente concentrarsi sulle luci offuscate e i colori sgargianti dei Balls, nasconde in ogni suo episodio un lato decisamente più oscuro e profondo. La serie si sofferma infatti su uno dei problemi, se non forse IL problema, che ha interessato la Comunità LGBT sin dagli anni 80, causando migliaia di vittime: l’AIDS. Il virus si cela dietro ogni inquadratura, ma è la vita che Pose si impegna a celebrare, la vita in ogni suo colore e sfumatura.

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Pose riesce a rappresentare la Comunità esattamente come dovrebbe essere: una famiglia. Una famiglia in cui nessuno viene escluso o lasciato indietro e in cui tutti trovano sempre il proprio posto. Una famiglia in cui le battaglie di qualcuno diventano immediatamente le battaglie di tutti e nessuno si arrende finché anche il sogno più semplice venga realizzato.

 GOD’S OWN COUNTRY – LA TERRA DI DIO

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Dimentichiamoci delle sale da ballo di Pose e dall’atmosfera sognante di Chiamami Col Tuo Nome. God’s Own Country è ambientato fra le colline verdi e piovose dello Yorkshire in cui è difficile scorgere anche il minimo raggio di sole. Il film del 2017, scritto e diretto da Francis Lee, vede come protagonisti Johnny, un venticinquenne che lavora come allevatore di pecore, e Georghe, un immigrato rumeno che lo aiuterà con il suo lavoro.  

Se l’obiettivo della maggioranza dei film che vedono come protagonisti una giovane coppia gay è quello di mostrare la scoperta, da parte del protagonista, del proprio corpo e del proprio orientamento sessuale grazie all’arrivo di quella particolare persona destinata a diventare suo partner, che solitamente coincide anche con la prima esperienza del protagonista, God’s Own Country ribalta questa certezza. È proprio la mancanza di questa trama, diventata ormai una sorta di cliché, a rendere God’s Own Country un film unico, decisamente più crudo e realista rispetto a quanto siamo stati abituati a vedere.
Johnny sa chi è e sa cosa lo attrae, quello che imparerà a fare durante il film è scoprire come amare una persona, dopo anni passati a cercare il solo piacere sessuale. Qui non si tratta di scoprire la propria identità ma di imparare a convivere con i propri sentimenti.

LOVE, SIMON – Tuo, Simon.

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Simon ha quella che potrebbe essere definita la vita ideale: va bene a scuola, non ha problemi familiari, ha molti amici. Vive però un tormento interiore non da poco: il pensiero del coming out. Come farlo? Quando farlo? Come reagiranno gli altri?
Questo “tormento” si intensifica ancora di più quando inizia a ricevere e-mail che potrebbero mettere in pericolo il suo segreto.

Tratto dall’omonimo libro di Becky Albertalli, Love, Simon affronta due tematiche molto importanti per chi fa parte della comunità: il coming out e l’outing.
Per molti, i due termini sono equivalenti. Da persona facente parte della comunità, vi assicuro che l’uno è l’opposto dell’altro. L’outing è l’atto di esplicitare la sessualità, o l’identità di genere, di qualcuno, spesso con l’intenzione di causare disagio e vergogna nella persona in questione. E non potrebbe esserci cosa peggiore.
Acclamato e apprezzato per i messaggi di inclusione, di normalizzazione, senza disuguaglianze nei confronti della Comunità, potrebbe apparire come uno dei soliti film sull’omosessualità.

Ma non è così.
Percepisci il dolore di Simon. La pressione che sente per il suo coming out. Senti la battaglia mentale a cui è sottoposto ogni giorno e la paura che lo consuma.
Love, Simon è molto, molto, più di un cliché.

ONE DAY AT A TIME

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Come accennato in un post precedente sulla serie, questa ha giocato un ruolo importante per la comunità LGBT negli ultimi anni.
Viviamo in una realtà in cui si dà visibilità perlopiù a storie fra personaggi eterosessuali e/o cisgender.
Con questa serie, invece, per una volta si dà spazio ad una relazione “nuova”: una delle coppie principali è infatti formata da Elena e Syd.
Elena è una ragazza lesbica.
Syd si definisce non-binary: non si identifica né nel genere maschile, né in quello femminile.
Nelle stagioni vediamo Elena non solo esplorare la sua identità da sola, ma lasciare alla sua famiglia il tempo di elaborare il suo coming out. Questi episodi rappresentano un ritratto realistico di cosa simboleggi il coming out e di come possa essere spaventoso, offensivo e celebrativo tutto in una volta.

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Grazie a Syd, si riesce ad educare se stessi a proposito del mondo queer, cosa significhi farne parte e come rispettare la comunità.
L’inclusione di Syd nella serie e la loro storia d’amore è molto importante. Non ci sono molti personaggi non-binary in televisione e, se ci sono, non hanno una storyline che parli della loro quotidianità.

Nonostante lo show, remake di una serie degli anni Settanta, non sia perfetto, offre la possibilità di scoprire un mondo a cui raramente si dà voce, e include la rappresentazione di un’intera comunità attraverso storie toccanti di personaggi memorabili.

CALL ME BY YOUR NAME

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Oscar alla miglior sceneggiatura non originale per il capolavoro di Luca Guadagnino. Le campagne cremasche fanno da sfondo all’appassionante storia d’amore che vede protagonisti Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer). Guadagnino non si lascia abbindolare dai cliché del genere e crea una storia intensa e profonda di un amore giovane e inaspettato. Di quelli che vedono la luce solo una volta nella vita. L’amore tra Elio e Oliver funge da metafora per presentare un sentimento universale, privo di barriere e ostacoli ma sfuggente, che non può che terminare con la fine dell’estate.

Il discorso finale del padre di Elio racchiude il senso proprio di tutto il film. “Strappiamo via così tanto di noi per guarire dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni, e abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova. Ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa, che spreco”.

Parole che ogni figlio vorrebbe sentirsi dire, e dunque un monologo che in poche battute è riuscito a spiegare meglio l’amore, in qualsiasi forma lo si voglia prendere, più di ogni altro esempio. Niente ci deve bloccare nel provare delle sensazioni che solo noi possiamo comprendere, e nessuno può giudicarci per esprimere ciò che sentiamo e lo dimostra un film che è già diventato un cult. 

ATYPICAL

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“Atypical” è una di quelle perle offerte da Netflix che non riceve i riconoscimenti che in realtà meriterebbe. Con protagonista Sam, un ragazzo che soffre d’autismo e la sua bizzarra ma amorevole famiglia, la serie tratta temi sociali con una semplicità e leggerezza che mai sfociano nella superficialità.

Secondaria ma non per importanza è la storia d’amore che vede protagonista la sorella di Sam, Casey (Bridgette Lundy-Paine) e Izzie (Fivel Stewart), che sboccia tra la seconda e la terza stagione. Casey si trova costretta ad affrontare delle emozioni che prima d’ora non aveva mai provato, per una persona che considerava migliore amica per cui in realtà prova un sentimento ben più profondo. Inizialmente deve confrontarsi con il fidanzato Evan, che la ama immensamente, ma Casey si rende conto che non può più mentire a se stessa.

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C’è tanta dolcezza e sensibilità nella loro storia, priva dei soliti e risentiti stereotipi del genere. Tra di loro vi è una famigliarità legata anche alla critica situazione domestica di Izzy.
La ragazza vede e sente Casey e la sua famiglia come una vera casa, dove può trovare protezione e amore. Insomma, più serie come Atypical sarebbero necessarie. 

Vittoria, Sara, Ilaria.

Vittoria

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