IL RICORDO ATTRAVERSO CINEMA E LETTERATURA.

Era il 27 gennaio 1945 quando le forze dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
Una volta a Oświęcim (Auschwitz in tedesco), le truppe scoprirono l’esistenza del campo di concentramento e ne liberarono i superstiti.
“Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, recitava l’entrata del campo. Era questa probabilmente la bugia più grande di quegli anni. Una scritta che ha illuso milioni di persone, che riponevano un piccolo barlume di speranza nei compiti assegnati loro all’interno del campo.
La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio e gli strumenti di tortura tristemente e disumanamente usati dai nazifascisti.
Sessant’anni dopo, precisamente il 1 Novembre 2005, l’ONU ha deciso di istituire la Giornata della Memoria con cadenza 27 Gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto.

Un ricordo lungo 75 anni

Si tratta di un tema molto delicato, che nonostante non ci riguardi in modo diretto ha inevitabilmente segnato lo spirito umano.
Mantenere vivo il ricordo di simili atrocità è necessario affinché la storia non si ripeta e i fatti non vengano cancellati dalla memoria umana.
Trovare parole adatte per poter esprimere ciò che si prova a riguardo è sempre difficile, perché non saranno mai in grado di descrivere realmente la percezione e l’impatto che tutto ciò ha avuto sulla società, sulla cultura, sulla storia e sulle persone che l’hanno vissuto sulla propria pelle.
Tuttavia, il cinema e la letteratura sono due dei modi attraverso cui poterne parlare, e per questa occasione abbiamo deciso di parlare di tre storie, più o meno conosciute, nate come libri e diventate poi film.

La Chiave di Sara

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A Parigi è una notte d’estate come tante altre. La piccola Sarah è a casa con la sua famiglia, quando improvvisamente la polizia francese irrompe e la preleva insieme ai genitori. Ha solo dieci anni, non capisce cosa sta succedendo, ma prima di essere portata via nasconde il fratello più piccolo in un armadio a muro. È il 16 luglio del 1942. Sarah si ritrova così nel Vélodrome d’Hiver, in attesa della deportazione nei campi di concentramento in Germania. Ma il suo unico pensiero è tornare a liberare il fratellino. 
Sessant’anni dopo, Julia, una giornalista americana che vive a Parigi, deve fare un’inchiesta su quei drammatici fatti. Mette mano agli archivi, interroga i testimoni, va alla ricerca dei sopravvissuti, e le indagini la portano molto più lontano del previsto. Il destino di Julia si incrocia fatalmente con quello della piccola Sarah, la cui vita è legata alla sua più di quanto lei possa immaginare.  
Dal romanzo di Tatiana de Rosnay è stato tratto l’omonimo film del 2010 diretto da Gilles Paquet-Brenner, che vede l’attrice Kristin Scott Thomas nei panni della giornalista americana.

La Chiave di Sarah coinvolge lettori e spettatori con la stessa forza brutale di Schindler’s List e Il Pianista pur essendo meno crudo e violento. La Chiave di Sarah si sofferma soprattutto sul dopo che segue quel durante infinito. Che cosa è successo agli ebrei che sono riusciti a scappare? Che cosa è successo a Sarah?
La Chiave di Sarah ti entra fin dentro le ossa per la sua purezza narrativa e per la brutalità della sua storia. Una storia di fronte alla quale non si può rimanere impassibili e che merita sicuramente di essere letta e vista. Sarah, rappresenta chiaramente quei milioni di bambini obbligati a crescere troppo in fretta durante il nazismo. Ma, soprattutto, quei bambini che non hanno avuto questa possibilità.

Storia di una ladra di libri

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Storia di una ladra di libri nasce dalla penna di Markus Zusak e narra la vita di Liesel Meminger.
Liesel è una ragazzina tedesca che, durante la Germania del 1939, scopre l’amore e il potere delle parole e dei libri. Impedendone la distruzione da parte dei regimi nazisti, la sua vita cambierà quando la sua famiglia sceglierà di nascondere un giovane ragazzo ebreo nella loro casa.
Dallo splendido libro di Zusak nel 2013 è stato tratto un film diretto da Brian Percival, che vede come protagonista la giovane attrice Sophie Nèlisse nei panni di Liesel.
Grazie a una regia sobria e moderata, la pellicola riesce a catturare e trasmettere la crescita improvvisa della ragazzina per colpa della crudeltà e delle mostruosità commesse dagli adulti. Per lei, i libri diventeranno una valvola di sfogo e la conoscenza la sua ancora di salvezza.

L’Isola in Via degli Uccelli

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Attraverso la penna di Uri Orlev, veniamo a conoscenza di Alex, un ragazzino ebreo che vive nel ghetto di Varsavia, in compagnia del padre Stefan e del prozio Boruch. e del piccolo topo Neve. Il loro quartiere è costantemente oggetto di rastrellamenti, e il padre prepara Alex ad ogni eventualità.
Quando lui e il prozio vengono catturati, il padre gli promette che sarebbe tornato a cercarlo. Alex riesce a fuggire, e da quel momento inizia l’opera di sopravvivenza in Via degli Uccelli, semidistrutta e ormai quasi deserta. Trova forza ed conforto nella lettura di Robinson Crusoe, dal quale prende spunto per crearsi un rifugio e nella compagnia del topolino Neve. Ma, soprattutto, nella fiducia verso la promessa del padre. Dopo qualche tempo, fa amicizia con Stasya, sua coetanea, ma si rifiuta di seguire lei e la madre nella loro casa di campagna, nella speranza che il padre possa tornare.
Romanzo parzialmente autobiografico, diventa un film nel 1997 grazie alla regia di Søren Kragh-Jacobsen.
L’Isola in Via degli Uccelli è un inno alla speranza, alla voglia di vivere. Nonostante l’incertezza nella sua vita, Alex decide di fidarsi ciecamente di suo padre e alla possibilità che sia ancora vivo. Nonostante la durezza della vita, non ha mai perso la speranza e la voglia di vivere per potersi ricongiungere con suo padre. Alex è un punto di riferimento per se stesso, ma anche rappresentazione della condizione di cui milioni di persone sono state vittime, ma da cui hanno cercato di trarre il meglio e aggrapparsi ad una speranza, seppur minima, che ha rappresentato la loro ancora di salvezza.

“Il lavoro rende liberi”

Arbeit Macht Frei, dicevano.
Non pensavano alle vite distrutte, ai sogni infranti, ai futuri inesistenti e alla psiche rovinata e influenzata per sempre di chi varcava la soglia.
Arbeit Macht Frei, tre parole che portavano ad una cifra impressa sulla pelle di essere umani proprio come loro. Esseri umani con provenienza ed identità diverse, ma per il resto uguali fra loro. Ma non a loro.
Sarebbe disumano e irrispettoso paragonarli fra di loro. Come potrebbero mai essere sullo stesso piano vittime e carnefici della loro rovina?
Parlarne è importante, soprattutto in un panorama d’odio verso ciò che è socialmente ritenuto “diverso”. Bisogna ricordare. Anche se fa male, bisogna mantenere vivo il ricordo, per evitare che una piaga del genere si abbatta nuovamente su di noi, riscrivendo pagine nere ricche di sofferenza e mostruosità per la storia contemporanea.

Articolo scritto da Sara, Irene e Ilaria.

Ilaria

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