The Witch, Outlander, Slewfoot : quando essere donna significa essere una strega
C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle storie di donne accusate di stregoneria. Non sono soltanto i roghi, i processi o le superstizioni a fare paura, ma soprattutto la facilità con cui una comunità può trasformare una donna innocente in una minaccia, semplicemente perché diversa, indipendente o incapace di conformarsi alle regole imposte dalla società.
È una riflessione che emerge in The Witch di Freida McFadden e che richiama inevitabilmente altre due storie molto diverse tra loro, ma legate dallo stesso filo conduttore: Outlander di Diana Gabaldon e Slewfoot di Brom.
Nel romanzo di McFadden, la vicenda di Caroline Eldridge ci riporta nel Massachusetts del 1692, in un’epoca in cui bastavano un sospetto, una voce o un comportamento considerato insolito per ritrovarsi accusate di stregoneria. Attraverso una narrazione che intreccia passato e presente, l’autrice ci conduce in un mondo in cui la paura prende il posto della ragione e la verità rischia di non avere alcun valore.
Leggendo la storia di Caroline, è difficile non ripensare a Claire Fraser e al suo processo per stregoneria in Outlander. Claire è una donna intelligente, indipendente, dotata di conoscenze mediche che la rendono straordinaria, ma proprio quelle capacità finiscono per renderla sospetta agli occhi di chi non riesce a comprenderla. Durante il processo di Cranesmuir, insieme a Geillis Duncan, si trova davanti a una comunità che sembra aver già deciso la sua colpevolezza.
La somiglianza con Caroline non riguarda soltanto l’accusa di stregoneria, ma soprattutto il senso di impotenza che nasce quando il pregiudizio diventa più forte di qualsiasi spiegazione razionale. In entrambi i casi, ciò che dovrebbe essere un processo alla ricerca della verità si trasforma in una condanna alimentata dalla paura.
Eppure, pensando a queste due donne, il collegamento che trovo ancora più affascinante è quello con Slewfoot di Brom. Ambientato nel Connecticut puritano del 1666, Slewfoot racconta la storia di Abitha, una giovane vedova costretta a vivere in una comunità profondamente religiosa, nella quale ogni forma di indipendenza femminile viene guardata con sospetto. Come Caroline e Claire, anche Abitha deve confrontarsi con un mondo che pretende obbedienza e considera pericoloso tutto ciò che sfugge al proprio controllo.
Ma è proprio qui che Brom introduce una differenza fondamentale. Se in Outlander la stregoneria rappresenta soprattutto un’accusa ingiusta e in The Witch diventa il punto di partenza per esplorare un passato segnato dalla persecuzione, in Slewfoot il soprannaturale entra davvero nella storia, intrecciandosi con il folklore, la natura e il desiderio di libertà.
Abitha non è soltanto una donna perseguitata: è una protagonista che, attraverso il rapporto con qualcosa di antico e misterioso, arriva a mettere in discussione il significato stesso della parola mostro.
Ed è forse questo l’aspetto che rende così interessante accostare le tre opere. Claire cerca di sopravvivere a un’accusa assurda, Caroline rappresenta la tragedia di chi viene travolto dalla superstizione, mentre Abitha incarna una forma di ribellione molto più oscura e radicale.
Tre donne, tre storie e tre modi differenti di raccontare la stessa paura: quella di una società che non riesce ad accettare una donna libera di essere se stessa.
Naturalmente, The Witch rimane soprattutto un thriller costruito intorno a segreti, misteri familiari e colpi di scena, mentre Slewfoot si muove apertamente nel territorio dell’horror folkloristico e Outlander intreccia storia, romanticismo e viaggio nel tempo. Eppure, nonostante queste differenze, tutte e tre le opere ci ricordano quanto spesso la figura della strega sia stata utilizzata per dare un nome a ciò che non si riusciva, o non si voleva, comprendere.
È questo, secondo me, uno degli spunti più interessanti che emergono dalla lettura di The Witch: dietro il mistero e la tensione narrativa si nasconde una riflessione su quanto possano essere devastanti il giudizio collettivo, la paura del diverso e il bisogno di trovare qualcuno da accusare.
Perché, alla fine, il vero orrore di queste storie non risiede necessariamente nella magia, nelle maledizioni o nelle creature soprannaturali. Risiede nella facilità con cui una donna può diventare una strega agli occhi degli altri. E nella possibilità che, a volte, il vero mostro sia proprio chi la condanna.
