Cannes 2026 entra nel vivo: Alice sopravvive alle stampelle, Bong Joon-ho divide il Palais e la Croisette trattiene il respiro

Cari Spoilerinos,

qui a Festival di Cannes siamo arrivati al momento più pericoloso dell’intero festival: quello in cui tutti fingono di essere lucidi dopo dieci giorni di film, party, scale infinite e cappuccini pagati quanto un piccolo mutuo.

Io personalmente sto affrontando tutto questo con una gamba rotta, una quantità illegale di antidolorifici e la consapevolezza che Cannes è probabilmente il posto meno adatto del pianeta per muoversi con le stampelle. La Croisette sembra progettata apposta per umiliare chiunque non possa camminare perfettamente: tappeti, gradini, yacht lontanissimi e fotografi che improvvisamente compaiono ovunque come boss finali di un videogioco.

Ma il festival, nel frattempo, continua a correre velocissimo verso la Palma d’Oro.

E adesso sì che si inizia a capire davvero chi potrebbe vincere.

Gli ultimi giorni hanno cambiato completamente l’atmosfera attorno al concorso. Dopo settimane di applausi, standing ovation chilometriche e cinefili che litigano davanti ai caffè del Palais come se stessero discutendo geopolitica mondiale, alcuni titoli hanno iniziato a emergere chiaramente.

Il nome che tutti sussurrano oggi nei corridoi è quello di Mia Hansen-Løve.

Il suo Echoes of Silence è arrivato quasi in punta di piedi e ha lasciato il Palais completamente immobile. Letteralmente. Alla fine della proiezione c’è stato quel rarissimo momento in cui nessuno si alza subito, nessuno prende il telefono, nessuno corre all’uscita. Solo silenzio. Poi applausi lunghissimi.

Il film è una riflessione dolorosa e intimissima sulla memoria e sul lutto, sostenuta da una Léa Seydoux che qui a Cannes tutti stanno già definendo “devastante” nel senso più bello possibile. È uno di quei film che non ti travolgono con il rumore, ma ti scavano dentro lentamente. E forse proprio per questo stanno diventando il grande outsider della corsa alla Palma.

Poi c’è lui.

Bong Joon-ho.

Dopo Parasite, il ritorno a Cannes era osservato da tutti con un livello di aspettativa quasi crudele. E The Last Contract non ha deluso.

Thriller politico, satira feroce, surrealismo, tensione continua tra Seul e Los Angeles. Due ore e quaranta che passano tra risate nervose e scene che fanno stringere i braccioli della poltrona.

Il pubblico si è diviso, ed è esattamente quello che Cannes ama di più. C’è chi lo considera già un capolavoro assoluto e chi pensa che Bong abbia esagerato con la durata. Personalmente? Dopo dieci giorni di festival io ormai perdo la percezione del tempo anche in fila per il bagno, quindi due ore e quaranta mi sono sembrate una dimensione spirituale più che cinematografica.

Fuori concorso invece il colpo di scena più divertente lo ha regalato Emerald Fennell con Wild Bloom.

Dark comedy velenosissima, sexy, assurda e irresistibile con Margot Robbie e Barry Keoghan. Una di quelle proiezioni in cui ridi… e subito dopo ti senti una persona moralmente discutibile per averlo fatto. Quindi perfettamente nello stile di Emerald Fennell.

E nel frattempo il red carpet continua a vivere di caos meraviglioso.

Demi Moore ha praticamente chiuso questa edizione imponendosi come regina assoluta della Croisette. L’ultimo abito Dior color ghiaccio sembrava scolpito direttamente sul suo corpo da un artista rinascimentale con accesso all’alta moda francese.

Poi è arrivata Zendaya con un look Prada futuristico che ha mandato i fotografi in stato confusionale, mentre Tilda Swinton ha fatto semplicemente… Tilda Swinton. Total black, eleganza aliena e quell’aria da essere umano troppo sofisticato per appartenere realmente a questo pianeta.

Momento preferito della serata?

Un’attrice emergente con un gigantesco abito di piume che, a causa di una folata improvvisa, ha praticamente iniziato a decollare sul tappeto rosso. Per qualche secondo il red carpet è sembrato una scena tagliata da un film di Fellini. Lei però ha iniziato a ridere senza fermarsi e ha continuato a sfilare come una regina assoluta.

Ed è esattamente per questo che Cannes resta Cannes: qui anche gli incidenti diventano cinema.

Intanto la giuria guidata da Park Chan-wook si è praticamente barricata nelle riunioni finali. I pronostici cambiano ogni mezz’ora. Ryusuke Hamaguchi resta fortissimo, ma Hansen-Løve e Bong Joon-ho stanno recuperando terreno rapidamente.

La Croisette adesso vive quella strana malinconia da fine festival: valigie semiaperte nelle camere d’hotel, interviste fatte con gli occhi stanchi, produttori che sembrano sopravvivere solo grazie all’espresso francese e giornalisti che iniziano a camminare lentamente come reduci di guerra.

Io invece continuo a muovermi con la grazia di un personaggio secondario ferito in una serie HBO. Ma sto resistendo.

E domani saremo al Palais per il gran finale.

Con il taccuino in mano, le scarpe più scomode dell’universo e la certezza che, comunque vada, Cannes ci avrà ricordato ancora una volta perché il cinema riesce ancora a farci battere il cuore.

Anche quando lo insegui con le stampelle.

À demain, Spoilerinos. 🎬

Alice

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