Deviazioni fuori asse, di Gabriella Vergari — la recensione
Sulle crepe che non si vedono finché non si passa dall’altra parte”
Esiste una tradizione, nella narrativa breve italiana contemporanea, che si è progressivamente assuefatta a due sole modalità: l’afflato lirico che scambia l’indeterminatezza per profondità, oppure il minimalismo di importazione anglosassone, applicato spesso senza la disciplina che quella scuola richiederebbe. “Deviazioni fuori asse” di Gabriella Vergari si colloca, con una certa cautela che le va riconosciuta, in uno spazio intermedio: quello del racconto che si affida ancora alla vicenda quotidiana, al gesto minimo, ma che rifiuta di risolversi nell’aneddoto.
La materia di partenza è, per sua stessa natura, poco appariscente: situazioni ordinarie, personaggi che non chiedono di essere notati, l’architettura riconoscibile del quotidiano. È in questo la scommessa del libro, ed è una scommessa che l’autrice vince più spesso di quanto la modestia dell’impianto lasci presagire: il racconto avanza lungo un binario apparentemente lineare finché non interviene — mai annunciato, mai sottolineato — lo scarto. Non un colpo di scena, categoria che appartiene a tutt’altro genere e a tutt’altro pubblico, ma un cedimento strutturale, una torsione minima che costringe la vicenda, e con essa chi legge, a deviare fuori dall’asse previsto. È un meccanismo che richiede mano ferma: la tentazione, in questi casi, è quasi sempre quella di spiegare la deviazione appena compiuta, di rassicurare il lettore sul proprio stesso spaesamento. Vergari, nella maggior parte dei testi qui raccolti, resiste a questa tentazione, e la resistenza è, a conti fatti, il pregio più solido del volume.
Sul piano della lingua, la scrittrice opera per sottrazione: pochi aggettivi, una sintassi che raramente indulge in subordinate superflue, un ritmo che imita — con più successo di quanto ci si aspetterebbe da un esordio nella forma breve — la cadenza dell’oralità controllata. L’ironia, quando compare, non è mai concessione al lettore né compiacimento verso se stessa: è piuttosto lo strumento con cui l’autrice tiene a distanza il rischio, sempre incombente in questo tipo di scrittura, del patetismo. Va detto, per onestà, che non tutti i dodici racconti sostengono la stessa tensione: due o tre di essi si affidano più alla premessa che alla tenuta della pagina, e l’incrinatura, in quei casi, si intuisce prima che si legga, il che ne vanifica in parte l’effetto.
Resta, alla chiusura del volume, l’impressione di un’autrice che ha compreso — cosa rara, in un panorama editoriale che scambia sistematicamente la spiegazione per profondità — che la fragilità umana si racconta meglio per sottintesi che per proclami. “Deviazioni fuori asse” non è un libro memorabile nella sua interezza, ma contiene almeno quattro o cinque racconti che meritano di essere riletti, ed è già più di quanto si possa dire della maggioranza della produzione breve italiana degli ultimi anni.
Eleonora Whitfield

Il Book Club di Attention Spoilers torna. Dopo una lunga pausa, ricominciamo da qui: un libro al mese, una recensione, la penna di Eleonora Whitfield.
