
Cari Spoilerinos,
oggi vi scrivo con il cuore un po’ più fragile e gli occhi pieni di immagini in bianco e nero, attraversate da silenzi densi di significato. È scomparsa Lea Massari, attrice discreta, raffinata e potente, che ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore del cinema d’autore. L’ho pensata spesso camminando per la Croisette, durante l’ultimo Festival di Cannes: tra un red carpet e un’intervista, la sua immagine in L’avventura riaffiorava come un’eco sottile, ancora attuale. Quei silenzi, quello sguardo: sembravano volerci dire che certi volti, certe presenze, non ci lasciano mai davvero. E Lea, in quei giorni, era ancora viva, appartata e lontana dai riflettori. Come sempre, come voleva lei.
Lea – nata Anna Maria Massatani, nel 1933 – ha cominciato come segretaria, studiava architettura, e si è ritrovata davanti alla macchina da presa quasi per caso. Ma nel 1954, in Proibito di Monicelli, era già chiaro che c’era qualcosa di diverso in lei. Non la bellezza classica, non l’esuberanza delle dive anni ’50. Piuttosto uno sguardo profondo, una certa timidezza che diventava forza. Scelse come nome d’arte “Massari”, in omaggio a un’amica di famiglia. Un gesto tenero, coerente con il suo stile: senza clamore, ma con senso.
Poi arriva Antonioni. E con lui, L’avventura. Lo so, sembra che ne parliamo sempre, ma è impossibile ignorarlo: Anna – il suo personaggio – sparisce dal film a metà, ma la sua assenza diventa protagonista. L’ho rivisto da poco, e ancora oggi quel silenzio lascia senza fiato. Lea Massari è lì, anche quando non c’è. È la vera misura dell’inquietudine, del vuoto emotivo, di quel cinema che non spiega ma evoca. Antonioni la definì capace di esprimere “un’inquietudine moderna con pochi gesti”. È tutto lì.
Eppure Lea non si è fermata a L’avventura. La sua carriera è stata una costellazione di scelte coraggiose. Nel 1971 interpreta una madre tenera e controversa in Le souffle au cœur di Louis Malle, film che oggi farebbe tremare qualsiasi produttore, ma che allora apriva ferite e riflessioni. Con Costa-Gavras in La confessione, con Claude Sautet in Les choses de la vie, accanto a Yves Montand e Romy Schneider, Massari si muoveva nel cuore pulsante del cinema europeo, senza mai cercare il centro della scena. Eppure, quando c’era, era impossibile guardare altrove.
Era elegante, schiva, poliglotta. Parlava francese perfettamente e per questo in Francia era venerata. E quando Hollywood bussava, spesso diceva di no. Non per snobismo, ma per coerenza. Scelse il cinema che voleva fare, non quello che l’avrebbe resa più famosa. Una scelta che oggi fa riflettere.
Negli anni ’80 si è ritirata quasi completamente, dopo un grave incidente d’auto. Ma non ha mai smesso di essere presente: a teatro, in tv, nei ricordi di chi l’ha amata sullo schermo. Negli ultimi anni si dedicava alla pittura e alla scrittura. Come se volesse continuare a raccontare, ma in silenzio, senza più passare davanti all’obiettivo.
A Cannes, qualche anno fa, durante una conversazione notturna sul lungomare (sapete, quelle in cui il vino scorre e i discorsi diventano confessioni), qualcuno ha detto: “Lea Massari non recita, Lea Massari semplicemente è ”. È vero. Era lì, fragile e fortissima. Come le donne che ha interpretato. Come Anna, che ci guarda dalle rocce delle Eolie e ci chiede: che fine facciamo, quando smettiamo di cercare?
Fino alla prossima recensione,
Alice
