LOLITA

 …e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l’amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo.

Lolita è un romanzo di Vladimir Nabokov scritto in inglese e pubblicato a Parigi nel 1955.

TRAMA

Il professore quarantenne Humbert -di origini europee-, protagonista e voce narrante del racconto, si trasferisce a Ramsdale per potersi dedicare interamente alla scrittura, dove conoscerà la piccola Dolores Haze, soprannominata Lolita da egli stesso. Humbert perderà presto la testa per la ninfetta, dai modi di fare maliziosi e imprevedibili, e a costo di starle vicino per sempre sposerà la madre, Charlotte Haze. Quando quest’ultima viene a sapere dell’interesse morboso e sessuale di Humbert nei confronti della figlia minaccia di esporlo al pubblico scandalo ma il fato vuole che, uscendo di casa sconvolta, un’auto la travolga, uccidendola.

Da qui in poi Humbert e la sua Lolita viaggiano in giro per il paese su una vecchia auto, tra motel vari e cittadine anonime, finché la dodicenne non trova un modo per scappare con un altro uomo adulto. Humbert perde la testa e si mette alla ricerca della sua amata, senza però riuscire nell’impresa… finché un anno dopo non riceve una lettera dalla stessa Lolita, ormai diciassettenne.

UN LIBRO UNICO NEL SUO GENERE

Mai nella mia vita avevo impiegato così tanto tempo per finire un libro o, quantomeno, per riuscire a superarne la prima metà. Ma d’altronde è anche la prima volta che mi imbatto in un libro di questo genere, che tratta questa tematica in modo soggettivo, romanzato e totalmente intimistico. Nabokov utilizza la prima persona per farci calare senza alcuna via di fuga nella mente di Humbert, niente più e niente meno che un pedofilo. Viviamo le sue sensazioni, le sue depravazioni e il suo amore smisurato per quella che è solo una bambina, in fin dei conti. Particolare, certo, maliziosa, anche, complessa, sì… ma pur sempre una bambina. Il libro non scende mai in dettagli osceni, non usa mai parole volgari, eppure pagina dopo pagina sentivo che la nausea mi impediva di continuare. I pensieri di Humbert sono scabrosi, spesso inquietanti, ossessivi e privi di alcuna sorta di pudore, eppure lo stile utilizzato dall’autore è talmente elegante e poetico che non mi sarei mai perdonata di lasciare la lettura dell’opera a metà.

Se la prima parte si dedica alla fase dell’innamoramento, vivace e accompagnata dalla stagione estiva, la seconda si cala in una profonda oscurità, risvegliata dalla rivelazione che il protagonista ha di sé stesso. Egli si rende conto di aver rovinato la vita di una bambina ma sa anche di amarla più di qualsiasi altra cosa al mondo. Humbert sprofonda nella follia e ci trascina giù con lui, nel baratro da cui scrive queste memorie che lui stesso denominerà “Lolita o le confessioni di un maschio bianco vedovo”. 

LOLITA: UN’ICONA

Il termine Lolita è diventato ormai parte della cultura di massa, stando a significare una ninfetta maliziosa, diabolica e sessualmente precoce. E’ quasi ironico notare come alla fine Lolita venga vista come la tentatrice e non come la bambina indifesa che di fatto era, abusata da un uomo molto più vecchio di lei. Il termine in sé ha assunto questa deformazione culturale anche a causa del film di Kubrick del 1962, ben poco fedele al libro e che sembra osannare questa interpretazione del termine. Ma chiunque abbia letto il libro potrà dirvi per certo che l’intento dello scrittore non era né quello di esaltare il rapporto immorale tra i protagonisti né tanto meno di forzare una morale sul lettore. Nabokov racconta una storia, tutto qui. E lo fa in modo sublime. Sta a noi avere la coscienza di riflettere su quanto vediamo o leggiamo e di conseguenza di come lo interpretiamo.

Se non avete voglia di leggere il libro, che può risultare a tratti pesante ed eccessivamente descrittivo, consiglio vivamente di visionare il film più recente (del 1997) di Adrian Lyne, che persino il figlio dello stesso Vladimir Nabokov ha osannato nel migliore dei modi.

E per finire, come immagino molti di voi già sapranno, l’immagine della piccola Lolita è rimasta talmente radicata nella cultura artistica che persino Lana Del Rey, negli anni più recenti, si è ispirata a lei per scriverne una canzone.

Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.

Voto: 8,5/10

Alicia.

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