Kitchen di Banana Yoshimoto – Recensione

Un ambiente casalingo come la cucina può riuscire a far sentire meno sole le persone? I rumori durante la preparazione dei cibi, gli odori ed il pasto stesso, possono essere in grado di far allontanare la tristezza? Forse queste sono domande ormai superate, dato il periodo storico. Oppure, sono quesiti destinati a rimanere senza riscontro. Ma per Mikage, la giovane protagonista di Kitchen, la risposta è chiara: la cucina è il posto che ama più di ogni altra cosa. Un luogo quasi magico, il solo in grado di rassicurarla. Ed è proprio così che comincia il romanzo, con una dichiarazione d’amore di Mikage verso la cucina. 

Banana Yoshimoto: uno sguardo al periodo storico

Amatissimo a livello internazionale, Kitchen è il primo romanzo di Banana Yoshimoto, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1988 e tradotto nel 1991 nel mondo. Con questo esordio, l’autrice ha riscosso un successo immediato. Due anni dopo Kitchen, ha pubblicato altri sette romanzi, tanto da diventare un vero e proprio fenomeno. La sua notorietà la si deve ai temi trattati e al suo stile: è stata in grado di far conoscere un modo differente di fare letteratura in Giappone. Infatti, l’autrice appartiene ad una nuova generazione di autori emersi tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90. Sono anni in cui si assottiglia sempre di più il confine tra la letteratura alta (jun bungaku) e la letteratura di massa (taishi bungaku). Una dissoluzione che ha inizio solo nell’epoca contemporanea.

Lo stile di Kitchen

I temi centrali dei romanzi iniziano a mutare così come le scelte stilistiche, creando un distacco dalla tradizione letteraria. Ed è proprio lo stile di Yoshimoto, così diverso e diretto ad aver suscitato tanta ammirazione quante polemiche. Il suo modo di scrivere lo si può ricollegare agli shojo manga, fumetti tipicamente indirizzati ad un pubblico femminile. Questo genere aveva cominciato ad essere popolare in Giappone a partire anni ‘50 ma è solo negli ‘70 che si avvertono delle novità.

Una nuova generazione di autrici decide di introdurre nuove tematiche, più rivolte ai problemi legati alla vita delle donne. Un esempio eclatante è Lady Oscar, creato da Riyoko Ikeda. Infatti, il suo obiettivo era quello di far riflettere sul ruolo delle donne e sulle libertà che vengono spesso loro negate. È questo il filone sul quale Banana Yoshimoto si muove per dare forma alla sua letteratura. 

La trama

Ma di cosa parla nello specifico Kitchen? La giovane Mikage ha da poco perso sua nonna, l’unico affetto familiare che le rimaneva. La cucina è l’unico posto in grado di rassicurarla perché rappresenta quel calore familiare del quale necessita. A causa di problemi economici, Mikage dovrà lasciare l’abitazione. Yuichi Tanabe, un suo compagno universitario, le propone di stare da lui finché non avrà trovato un’altra sistemazione. Ed è così che inizia una storia dai toni dolci e diretti, dove il lutto è il filo conduttore di tutta la vicenda.

All’interno del romanzo, l’autrice porta tematiche tipiche del Giappone contemporaneo: il ripensamento dei modelli di genere, il ruolo delle donne e la crisi della famiglia. 

I temi di Kitchen

Il personaggio che più colpisce è Eriko (la madre transgender di Yuichi), la quale interroga indirettamente il lettore su cosa significhi l’appartenenza e il ruolo di genere. Queste domande, sempre più imponenti negli ultimi anni, si mescolano anche ad un altro tema fondamentale: la famiglia. Yoshimoto in questo romanzo vuole raccontare la formazione spontanea di nuove famiglie, legate unicamente dall’affetto. Impossibile non porsi domande su cosa la rende tale. L’accoglienza della famiglia Tanabe sembra rispondere a queste domande. Ci mostrano come possono essere sinceri e profondi tutti quei legami formati per scelta e fondati dalle sole esperienze comuni.

Banana Yoshimoto ha la capacità di far immergere il lettore in atmosfere oniriche, ricche di dolore ma delicate e mai banali. La realtà di Tokyo funge da sfondo e viene raccontata come se fosse un sogno dal quale non ci si vuole più svegliare. 

Ho particolarmente apprezzato la caratterizzazione di Eriko e Yuichi, così diversi quanto indispensabili l’uno per l’altra. La dolcezza con la quale viene raccontato il legame tra Yuichi e Mikage rappresenta una speranza e anche una via per la guarigione. Il personaggio che ho meno apprezzato è proprio la protagonista, fin troppo passiva per i miei gusti. In conclusione è un romanzo che mi ha regalato emozioni positive anche se mi aspettavo di più, vista la fama dell’autrice. Rimane pur sempre un libro che, a mio parere, merita di essere letto per comprendere un pezzo importante della letteratura giapponese contemporanea. 

Federica

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