UNA QUESTIONE PERSONALE – THIS IS PERSONAL

Una Questione Personale – This is Personal è un documentario del 2019 che racconta come le attiviste abbiano mobilitato milioni di persone a partecipare alla Women’s March dopo l’elezione del presidente Trump nel 2016.

La regista nominata all’Oscar, Amy Berg, analizza da vicino la lotta per l’attivismo intersezionale tra i dirigenti della Marcia delle Donne, soffermandosi in particolare sulle figure di Tamika Mallory e Erika Andiola.

Il documentario che inizia a parlare esclusivamente della Women’s March del 2017, si dirama in altre intersezioni di donne, toccando argomenti diversi e scomodi dappertutto. Ci sono molte interviste e filmati di vere attiviste di diversa estrazione, che ci ricordano i pericoli dell’estremismo, le lotte delle comunità emarginate e il potere di combattere l’odio con l’amore.

Women’s March on Washington

Per capire appieno questo documentario occorre partire da una data particolare e che difficilmente dimenticheremo: 8 Novembre 2016, Donald Trump viene eletto 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Inutile dire che una parte del paese, che sicuramente non si aspettava la sua vittoria, precipita nel caos più totale. Un caos che ha però portato alla Women’s March on Washington, e altre centinaia di mobilitazioni in tutto il mondo.

Se c’è una cosa positiva in tutta questa situazione è il fatto che l’elezione di un uomo visibilmente misogino (non penso di dovervi ricordare la sua famosa frase grab them by the pussy, o le numerose denunce di molestie sessuali a suo carico) ha permesso che migliaia di donne, mettendo da parte le diversità che le avevano tenute divise per secoli, marciassero su Washington per la tutela dei loro diritti.

È importante sottolineare, e il documentario lo ribadisce più volte, che la Women’s March ha attirato un numero di partecipanti considerevolmente maggiore rispetto all’inaugurazione del presidente Trump tenutasi solo il giorno prima. È importante sottolinearlo perché quando ci si dimentica per un solo momento delle barriere che ci dividono siamo in grado di dar vita a qualcosa di immenso in grado di illuderci di poter cambiare il corso della storia.

Le donne dietro le attiviste

Conclusasi la Women’s March, il documentario si concentra su due attiviste che facevano parte del gruppo di donne che hanno dato vita alla marcia. Se da un lato questo serve a farci conoscere meglio due delle donne che hanno reso possibile la Women’s March, dall’altro penalizza il documentario che sembra quasi dimenticarsi di tutto il resto, di tutte le altre donne, per soffermarsi solamente su due di loro.

Tamika Mallory

Tamika è stata la prima donna nera ad entrare nel gruppo dell’organizzatrici della marcia dopo che qualcuno aveva fatto notare che tutte le organizzatrici fossero bianche non rappresentando così una vasta percentuale delle donne americane.

Tamika è una delle attiviste più importanti degli Stati Uniti, attiva non solo nel campo del femminismo ma voce anche del movimento Black Lives Matter e di quello per il controllo delle armi.

Erika Andiola

Grazie alla figura di Erika Andiola, anche lei fra le fondatrici della Women’s March, abbiamo modo di avere una chiara immagine della comunità più colpita della presidenza Trump: gli immigrati clandestini.

Erika è esattamente quello che la presidenza di Donald Trump cerca di estirpare per rendere l’America Great Again, un’immigrata clandestina tutt’ora senza documenti. Erika, arrivata in Arizona insieme a sua madre quando aveva solo 11 anni per scappare dal padre, è oggi una delle principali voci del movimento per i diritti degli immigrati latini. Erika ha co-fondato l‘Arizona Dream Act Coalition, che è un’organizzazione di immigrati, guidata dai giovani, incentrata sulla lotta per l’istruzione superiore e i diritti degli immigrati.

La presidenza Obama, con la creazione del DACA, aveva permesso ai giovani immigrati di acquisire sempre maggiori diritti tutelando Erika e tutti gli altri Dreamers (ovvero tutti i giovani immigrati che si battano per il riconoscimento dei loro diritti). Uno dei primi atti della presidenza Trump è stata l’abolizione della DACA causando così l’arresto di tutti i ragazzi che il governo Obama era riuscito a tutelare, tra cui Erika stessa.

La liberazione di tutte le donne

Se concentrandosi su Tamika il documentario sembrava aver perso la sua strada originale soffermandosi esclusivamente sulla sua vita, grazie a Erika riesce a tornare sui suoi passi, offrendo una visione a 360 gradi della difficile situazione delle minoranze in America.

È attraverso di lei che il documentario ci spiega come il movimento femminista debba inglobare al suo interno non solo la lotta contro il patriarcato ma anche la liberazione di tutte le donne, bianche e nere, ebree o musulmane, regolari o clandestine, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale.

Il potenziale trascurato

This is Personal aveva tutte le carte in regola per poter essere uno dei documentari più riusciti e di maggiore impatto dell’anno. In certi punti riesce quasi a far venire la pelle d’oca per l’emozione di fronte a migliaia di donne che, mettendo da parte secoli di differenze, marciano unite promettendo di combattere non più in virtù di singoli ma come un unico movimento di donne.

Quello che però emerge in certi punti, come nel dibattito tra Tamika Mallory e la rabbina di Boston, è che le differenze che ci hanno tenute divise fin dal principio potranno anche alleviarsi ma non scompariranno mai del tutto. Sono sicura che questo non fosse il messaggio che il documentario sperava di diffondere però è esattamente quello che traspare non appena ci si allontana dalla Women’s March. Tralasciando questo punto, che purtroppo però non può essere sorvolato, This is Personal merita comunque di essere guardato essendo una testimonianza di qualcosa di unico che non si vedeva da diversi anni.

Sara

Sara

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