MEMORIE DI UN ASSASSINO

Seppur sia impossibile da credere, visto l’immenso successo raggiunto con “Parasite”, Bong Joon-ho ha alle spalle una serie di piccoli capolavori che l’hanno reso nel tempo uno dei registi più affascinanti e proficui del cinema contemporaneo. Con pellicole come “Snowpiercer” e “Okja” ha ottenuto con facilità una forte impronta internazionale, scegliendo come distributori alcuni colossi come Netflix. Ha puntato inoltre su attori di indubbio talento, come Tilda Swinton o Paul Dano.

Ma Bong Joon-ho, prima di affacciarsi verso l’occidente, ha realizzato diversi film ambientati nella sua Corea del Sud. Pellicole che rimandano a quei temi chiave che hanno reso “Parasite” un così assoluto trionfo globale. Tra questi è impossibile non citare il fantascientifico “The Host”, un graffiante monster movie che niente ha a che fare con molti vuoti prodotti americani. Anche in una pellicola dalle tinte horror, spicca attraverso un’attenta analisi dei personaggi, una feroce critica alla società classista e individualista.

Ma la vera perla che preannuncia il successo di “Parasite” è una pellicola del 2003, riportata nelle sale internazionali dopo la meritata vittoria agli Oscar del regista sudcoreano: “Memorie di un assassino”.

TRATTO DA UNA STORIA VERA

Zodiac (film) - Wikipedia

Bong Joon-Ho non ha mai nascosto la sua profonda devozione nei confronti del cinema americano. Da vero cinefilo, è per lui naturale affacciarsi a ogni forma di cinema possibile, prendendo anche come punto di riferimento pellicole in parte lontane dalla propria cultura. Seppur abbia da sempre dichiarato Martin Scorsese come sua più grande ispirazione cinematografica, in questa istanza l’impronta della pellicola si basa su un film del regista David Fincher: “Zodiac”.

Entrambe le storie raccontate da questi talentuosi registi si basano, dopotutto, su fatti realmente accaduti. Da un lato “Zodiac” racconta le efferate gesta del cosiddetto “killer dello zodiaco”, che sconvolse la città di San Francisco tra gli anni sessanta e settanta. In “memorie di un assassino” viene indagata invece la pericolosa mente di un criminale che seminò il panico in un villaggio sudcoreano, negli anni Ottanta.

Ciò che rende questi thriller ancor più angoscianti, non è solo la consapevolezza che si tratti di una storia vera. Per molti anni, dopo l’uscita dei film, entrambi i casi restarono aperti e fu impossibile per la polizia identificare i veri serial killer.

GYEONGGI

Allontanandoci dalle assolate spiaggia della California, Bong Joon-ho presenta un piccolo paese agricolo, non lontano dalla capitale Seoul. Una provincia che verrà presto scossa da una serie di assassinii, che semineranno il panico tra gli abitanti del paese. Entra quindi in gioco la polizia locale, che si dimostra inadatta ad affrontare sola una tale ondata di panico. L’obiettivo di quest’ultima, infatti, sembra più trovare un capro espiatorio piuttosto che andare alla ricerca del vero colpevole.

Memorie di un assassino, recensione del film dal regista di ...

É l’ispettore proveniente dalla capitale a smuovere un pò le carte in tavola. Si rende immediatamente conto dell’inadeguatezza della polizia, che ritiene possibili assassini abitanti del paese indubbiamente non in grado di compiere tali efferatezze. E ben presto, anche degli innocenti vengono additati come spietati killer.

Ma il vero colpevole sembra seguire un fil rouge impossibile da mascherare. Le vittime sono sempre donne, colpite durante notti di pioggia, vestite di rosso. É il detective di Seoul che comincia a contemplare l’ipotesi che si tratti di un killer seriale. Cerca dunque in tutti i modi di ricostruire i tasselli che inevitabilmente porteranno alla soluzione dell’enigma.

LA CRITICA CONTRO LE AUTORITÁ

Sembra però difficile ottenere l’appoggio della polizia locale, che sembra avere per le mani un caso mai affrontato in precedenza. E se inizialmente il detective cerca di seguire il suo intuito e, soprattutto, la sua morale, cadrà vittima di un sistema più grande di lui, e si dimostrerà inadatto di fronte a un enigma troppo grande da risolvere.

Bong Joon-ho non lascia niente al caso: la macchina da presa accarezza con eleganza le folte praterie che si affacciano sulla provincia, enfatizzando come al suo interno si possa celare la tanto agognata preda. Gli interni sono sempre spogli e grigi, sintomi di una povertà fisica e d’animo che sembra proiettarsi su quei poliziotti che paiono seguire quasi volontariamente la strada sbagliata. Sono le vittime le vere protagoniste della vicenda, tutte quelle donne costrette a muoversi furtivamente nella notte, con la paura costante di venire attaccate e mutilate.

La critica sferzante, tipica del cinema di Joon-ho colpisce quelle istituzioni che dovrebbero salvaguardare gli abitanti della provincia, ma che sembrano solo seguire la via più semplice, incolpando anche vittime innocenti. Ma nonostante questo, il regista dedica spazio alle “memorie di un assassino”, che all’uscita del film, nel 2003, non era stato ancora identificato. Si dovrà attendere il 2019 con l’ergastolo di  Lee Choon-jae, considerato il crudele assassino descritto nel film di Joon-ho.

LO SGUARDO FINALE

É l’inquadratura finale a sciogliere ogni dubbio. Lo sguardo in camera dell’ex poliziotto di Gyeonggi ci permette di capire non solo come ogni strada sia ancora aperta, ma soprattutto come il serial killer sia ancora in circolazione. E che, anzi, potrebbe star guardando la pellicola proprio in quel momento.

Un finale che sconvolge, con una storia che si muove sempre su un grado di tensione molto alto, senza però lasciare da parte l’analisi psicologica dei personaggi e la loro inevitabile evoluzione durante tutta la pellicola. Una menzione d’onore è dedicata a Song Kang-ho, volto chiave del cinema sudcoreano (e a oggi, grazie a “Parasite”, mondiale), che sembra aver siglato un proficuo sodalizio con l’amico e regista Bong Joon-ho.

Memorie di un assassino: analisi del primo capolavoro di Bong Joon-ho

“Memorie di un assassino” è dunque una perla del cinema, da recuperare assolutamente. Pone le basi per il meritato successo di Bong Joon-ho, dotato non solo di indubbie capacità registiche, ma anche di uno stile di scrittura introspettivo e fluido, che lascia incollati allo schermo. Un cinema di immenso valore quello del regista sudcoreano, dal quale aspettiamo trepidanti il prossimo passo.

Vittoria

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