HOMEMADE

Un drone sorvola il quartiere francese di Montfermeil. Cattura quegli sprazzi di vita che si celano dietro le finestre chiuse dei palazzi in rovina, nella periferia parigina. Alcuni si accorgono della sua presenza. Salutano quell’oggetto volante, tentano di colpirlo, lo attaccano verbalmente. Ma nessuno ha modo di raggiungerlo. Sono tutti chiusi nelle proprie abitazioni, incapaci di vedere al di là di quei casermoni sulla quale la propria finestra si affaccia. E quel drone coglie tutta quella solitudine, quella tensione, che l’emergenza sanitaria ha portato con sé, in questi ultimi mesi di reclusione forzata.

Quello di Ladj Ly, è solo uno dei diciassette cortometraggi “homemade”, fatti in casa, che registi e attori di fama internazionale hanno confezionato con l’ausilio di famigliari e cellulari. Lavori personali e filosofici, ricchi di humour e di malinconia, che hanno dato vita a questa miniserie antologica realizzata per mano del regista cileno Pablo Larraín e prodotta da Netflix.

CHILDHOOD

Homemade»: su Netflix i cortometraggi d'autore ai tempi del lockdown

Diciassette opere, dove la creatività e l’ingegno dei registi messi alla prova viene immediatamente a galla, dando vita a dei piccoli capolavori realizzati con strumenti tutt’altro che all’avanguardia, dimostrando come l’arte e la bellezza si nascondano anche dietro la quotidianità. Dei tranche de vie che permettono di allargare la nostra prospettiva. Prospettiva che in questi mesi risulta quantomai ridotta all’essenziale, dove solo i telegiornali sembrano essere l’unico sottofondo possibile.

“Homemade” ci porta invece a Nara, in Giappone dove la regista Naomi Kawase regala un frenetico sci-fi movie dai tratti post-apocalittici, dove l’umanità sembra ormai destinata all’estinzione. Un futuro simile spetta alla bambina protagonista del cortometraggio firmato da Natalia Beristain, costretta alla solitudine in un mondo che pare ormai privo di adulti.

E sembra proprio l’infanzia uno dei temi chiave ai registi protagonisti di questa miniserie, rendendo i propri figli delle piccole star che si dimostrano alquanto a loro agio di fronte alla macchina da presa (o meglio, al cellulare). Tenta questa strada Rachel Morrison, con un corto volutamente strappalacrime sull’infanzia delle sue due figlie. É ben più riuscita la mossa di David Mackenzie, che tratteggia con delicatezza (anche per mano della figlia adolescente) i dubbi e le insicurezze sulla nostra vita e il nostro passato, fomentati da una reclusione forzata. Ed è infine toccante ma anche esilarante il lavoro di Gurinder Chadha, che tra una ricetta e l’altra regala ai propri figli il suo tempo e il suo passato, creando un legame indissolubile.

CREATIVITY

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Non manca però l’estro creativo di alcuni registi, che hanno fatto dell’inventiva il loro marchio di fabbrica. Impossibile non citare il piccolo e comico capolavoro di Paolo Sorrentino, che riunisce in questo corto i temi a lui chiave, in primis la sottile linea che si muove tra sacro e profano. Lo fa con due “attori” alquanto simbolici: il Papa e la Regina Elisabetta, in questo scenario che vede la sovrana inglese visitare il Vaticano proprio all’inizio dell’emergenza sanitaria, trovandosi involontariamente rinchiusa tra le mura di quel luogo sacro.

Quello di Sorrentino è un lavoro provocatorio e dissacrante, che gioca sul tema del simbolo e della solitudine. “Io e te siamo dei simboli, ecco perché non sappiamo far niente!” esclama Papa Francesco di fronte alla regina, che si dimostra incapace a preparare un semplice tè. Ma non manca l’ode all’amata Roma, che ha potuto vivere in pace e in silenzio in questi mesi privi di contatto umano.

Altrettanto sarcastico è il lavoro di Pablo Larraín, che attinge a piene mani dalla letteratura, creando un Don Juan ante litteram. Il suo protagonista, un anziano “cavaliere” imprigionato in una casa di riposo, coglie di sorpresa le sue ex amanti (tutte quante), decretando il suo folle amore nei loro confronti. Saranno le loro furiose risposte a smascherare il suo gioco.

PERSPECTIVE

Ana Lily Amirpour breaks down her Netflix COVID-19 short film | EW.com

Una ragazza in bicicletta si aggira per le strade deserte di Los Angeles. I cinema sono chiusi, i negozi sbarrati e le poche persone che si muovono per la città evitano di entrare in contatto gli uni con gli altri, mantenendo un’abbondante distanza di sicurezza. La ragazza in bicicletta è la regista anglo-iraniana Ana Lily Amirpour ed è la calda voce dell’attrice Cate Blanchett ad accompagnarla in questo via vai tra i quartieri americane.

É la prospettiva il tema chiave del corto che chiude questa serie antologica. La prospettiva è ciò che gli artisti e registi protagonisti di homemade hanno dimostrato di saper elaborare al meglio. Lo sguardo del regista plasma il film, ma il suo sguardo, la sua creatività non potrebbe esistere se non fosse in grado di andare al di là della proprio prospettiva, della propria realtà. Altrimenti, le storie raccontate sarebbero tutte uguali.

“Art in its simplest terms, is just a way to force a new perspective on to something familiar”. É l’arte, l’amore per il cinema, per la scrittura, per la creatività, ad alimentare il lavoro di questi registi. Una devozione che va al di là dell’immobilità che il virus ha inevitabilmente portato con sé. A riprova del fatto che niente, neanche la solitudine, il dolore, la paura sarà in grado di fermare il grido incessante e potente dell’arte e di coloro che saranno in grado di coglierlo.

Vittoria

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