CANNON BUSTERS

DAL SOGNO ALLA REALTA’

Cosa succede quando metti insieme un pistolero immortale, due robot e un auto unica nel suo genere in un viaggio on the road? Ottieni Cannon Busters. Non c’è modo più conciso di sintetizzare la trama, senza lasciare trasparire troppo ma donando un piccolo assaggio dell’assurdità generale che circonda questo anime. La produzione Netflix è basata sul fumetto americano dell’animatore LeSean Thomas che, dopo una pubblicazione nel lontano 2005 ha messo in attesa la sua graphic novel decidendo di concentrarsi su una versione più completa del prodotto: quella animata.

L’occasione è giunta grazie alla Statelight e alla Yumeta Company che si sono offerte per disporre LeSean di un team ideato per portare il suo progetto al livello successivo grazie al colosso Netflix come trampolino di lancio. E’ quindi un estremo peccato che, come spesso accade con gli anime Netflix, Cannon Busters non sia stato pubblicizzato a sufficienza e con i giusti tempi.

PAROLA CHIAVE: DIVERSITA’

Cannon Busters non è un prodotto unico e irripetibile. La sua trama di fondo è semplice e molti elementi richiamano ad anime ben più famosi di cui il creatore stesso ha ammesso di essere un grande fan (tra cui Cowboy Bebop). Questo folle miscuglio di generi diversi ha molti punti forti, perché inevitabilmente finisce per intrattenere. Già dal primo episodio ho avuto la stessa sensazione di piacevole sorpresa che ho percepito guardando Gurren Lagann, ed è tutto dire!

Quindi, come è ormai chiaro, Cannon Busters non inventa nulla ma riesce dove anni e anni di anime hanno sempre fallito: una diversità reale e variegata. Per la prima volta nella mia vita mi sono ritrovata davanti agli occhi un prodotto giapponese – certo, diretto da un afroamericano ma comunque di stampo nipponico – dove i protagonisti non sono caucasici o asiatici. Philly il pistolero è nero, Sam il robot è nera, tutto il regno di Botica è ben lungi dall’essere caucasica e in quanto weeboo mancata questo non può che farmi sorridere.
Per la prima volta posso anche solo accennare il pensiero di voler fare un cosplay di uno di questi personaggi, avendo ampia scelta e non dovendomi accontentare di spalle secondarie prive di storia o personalità.

In un mondo così vasto e riconosciuto come quello degli anime, la diversità reale è estremamente importante.

A rimanermi particolarmente impresso è stato accorgermi che per la prima volta vi era un personaggio in un  anime affetto di vitiligine, malattia di cui mio fratello stesso soffre e che mai prima d’ora avevo visto rappresentata in un prodotto così semplice e di puro intrattenimento come lo può essere un cartone animato.

PUNTI FORTI E PUNTI DEBOLI

Come già detto precedentemente, il cavallo di battaglia di quest’anime è la ventata di aria fresca che porta nella comunità nerd, pur attenendosi ai generi più classici e in voga di tutti i tempi (western, magia e mecha).

Inoltre, Cannon Busters fa ridere. Molti momenti sono assurdi e alcune battute cadono con il giusto ritmo nel momento perfetto senza però arrivare mai a strafare.

Per quanto riguarda la storia continuamente on the road credo sia una questione di gusti, in quanto a me è piaciuta molto e ne ho apprezzato lo stampo da vecchio far west in netto contrasto con le tecnologie avanzate che rendono i combattimenti a dir poco entusiasmanti e davvero originali.
La lode più alta mi sento però di doverla dare alla scelta della colonna sonora: a partire dall’opening e passando per la canzone di chiusura non c’è nulla su cui obbiettare. Le canzoni sono in inglese, dal ritmo vagamente funk e dalle voci r&b perfette nel contesto di quest’anime e davvero uniche rispetto alle strimpellate di rock giapponese solito degli altri prodotti in voga al momento.

La pecca più grande a parere mio è il villain principale. Non lo so ragazzi, l’ho odiato a morte… e non nel senso buono. Odio come è stato concepito, disegnato e animato. Odio il fatto che sembri un gorilla, odio la sua voce, il suo fisico esagerato e le sue motivazioni. Carino il modo in cui fa uso della magia, funziona, ma per il resto… santo cielo. Ad ogni sua apparizione perdevo totalmente interesse nella storia e speravo che il supplizio finisse presto.

Non ho amato neanche esageratamente il finale che come Philly stesso dice è un “ricominciare da capo ma con gente ancora più strana attorno”. Capisco l’intento, ovvero quello di riprendere un altro viaggio più epico e in grande rispetto al primo, ma mi ha comunque lasciato con l’amaro in bocca. E’ come se in fondo i protagonisti non avessero ottenuto nulla, tranne forse una crescita caratteriale che servirà sicuramente nella prossima stagione.

Dunque, in breve: è un anime che consiglio a chiunque abbia voglia di staccare un po’ il cervello senza però volersi subire uno dei mille prodotti già visti e rivisti con i soliti cinque personaggi riciclati dalle spadone enormi e le proporzioni sballate. Se vi aspettate però la nuova frontiera degli anime e la profondità del sovracitato Cowboy Bebop, evitate. Quest’anime è un inno alla leggerezza, quella però affrontata come si deve.

Voto: 7/10

Alicia.

Alicia

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