RAPINA A STOCCOLMA

“Tutta la Svezia vuole sapere come ci si sente a essere bloccate lì con dei criminali.”
“Non è così male!”

Tutti siamo a conoscenza di cosa si intende per ‘Sindrome di Stoccolma’, quello stato, cioè, di dipendenza psicologica o affettiva che si può provare nei confronti del proprio aggressore nel caso, per esempio, di un rapimento.

Questo termine è stato inventato in seguito ad una rapina, avvenuta nel 1973, a Stoccolma appunto. Il film vuole ripercorrere quegli avvenimenti, cercando di spiegare la nascita di questo sentimento contrastante nei confronti dei rapinatori.

TRATTO DA UN’ASSURDA STORIA VERA

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Nel 1973 un uomo armato tenta una rapina alla Kreditbank di Stoccolma, prendendo in ostaggio 2 donne e un uomo, liberando tutti gli altri. La polizia, impaurita per la vita degli ostaggi, cede alle richieste dell’uomo (tra cui liberare un suo amico carcerato, un macchina e soldi per fuggire).

Nell’arco di 6 giorni i tre ostaggi e i due uomini rimangono chiusi in un caveau della banca, aspettando che il Primo Ministro dia loro il permesso di fuggire con gli ostaggi. In questo periodo di tempo tra le vittime e i carnefici si instaura un rapporto particolare, quasi di amicizia, basato su una fiducia, dovuta alla lentezza della polizia nel loro processo di liberazione. Gli ostaggi, infatti, arriveranno a dire di fidarsi più dei due uomini, piuttosto che delle autorità stesse.

Il film, ovviamente romanzato, che cambia nomi e probabilmente anche alcuni degli avvenimenti, si concentra in particolare su due personaggi: il rapinatore e una delle donne tenute come ostaggio, tra cui si sviluppa una vera e propria storia d’amore. Bianca, impiegata della banca, aiuterà persino l’uomo, anche mettendo a rischio la sua vita.

COSA NON È RIUSCITO

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Essendo il film distribuito dai produttori di Blackkklansman mi aspettavo onestamente un tocco in più. D’altronde il film di Spike Lee si era distinto, nella scorsa stagione dei premi, per la sua brillantezza, qualità che sicuramente non ritroviamo in ‘Rapina a Stoccolma’.

La pellicola ha, però, dalla sua parte sicuramente una storia che attira e vuole essere spiegata. La bravura degli attori, inoltre, è evidente e alza il livello cinematografico del film. Tuttavia una banalità nella sceneggiatura e una narrazione frammentata che si disperde nel corso della storia, non riesce a dare giustizia a una trama molto interessante e comunque, avvincente.

Il vero problema, quindi, di quei film che si rifanno ad una storia vera, specialmente quando si tratta di vicende così parlate e discusse, che hanno anche avuto una risonanza mediatica non da poco, è sostanzialmente il non riuscire a porsi sullo stesso livello della realtà che c’è dietro. Si perde, in sostanza, un po’ di quella curiosità che aveva attirato così tanto l’attenzione negli anni 70, si perde l’elemento di agitazione emotiva mista a sorpresa che è la vera protagonista di queste storie.

‘Rapina a Stoccolma’, in conclusione, nonostante tutte le potenzialità che presentava ancora prima di uscire, non riesce a splendere del tutto, riportando, nonostante tutto, l’attenzione su un caso su cui ancora oggi si fanno ricerche e si stipulano teorie.

VOTO

7/10

Benny

"I believe in the power of words"

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