THE IRISHMAN

Ci sono registi che non hanno bisogno di presentazioni, il cui nome è già una garanzia. Registi che hanno fatto e continuano a fare la storia del cinema, capaci di catalizzare l’attenzione di un pubblico immenso e disparato. E Martin Scorsese è uno di questi e lo dimostra con l’attesissima ultima fatica cinematografica, “The Irishman”.

Dalla durata di tre ore e trentanove minuti, il film di Scorsese si preparava già a rimanere nella storia. Ma il il regista ha deciso di spingere l’acceleratore puntando su un cast composto dai pilastri del cinema di genere: Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino (per non citare Harvey Keitel, seppur in un ruolo secondario).

Adattamento del romanzo di Charles Brandt “I heard you paint houses”, Scorsese ripercorre la vita dell’irlandese Frank Sheeran (De Niro), del suo viaggio nel tunnel della criminalità al fianco del mafioso Russell Bufalino (Pesci) e del sindacalista” Jimmy” Hoffa (Pacino).

I HEARD YOU PAINT HOUSES

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Schermo nero. La macchina da presa entra in una casa di riposo americana, senza soffermarsi sui dettagli. Un lungo piano sequenza ci porta direttamente da lui, Frank Sheeran, anziano e canuto, con il grande anello dorato sul dito, in bella vista. Ripercorre la sua carriera da sicario della mafia, dai primi contatti con i gangster locali fino al profondo legame che si creò con Russell “Russ” Bufalino. Grazie al quale conobbe proprio Jimmy Hoffa.

Nessuno avrebbe potuto interpretare l’irlandese come Robert De Niro. Scorsese lo segue, quasi lo pedina, dedicandogli primi piani che restituiscono sguardi intensi e profondi, in un mondo dove le parole possono essere sostituite dai gesti. Il non detto diventa la carta da gioco con la quale i gangster sembrano sempre farla franca, nascondendosi dietro belle parole e continue risate. “I heard you paint houses” dice Hoffa a Sheeran quando si mettono in contatto per la prima volta. Una metafora per sottolineare il modo in cui il sicario imbratta le case di sangue.

Ma in un mondo dove la violenza fa da padrone, ci si scontra con sentimenti profondi di amicizia e legami famigliari ai quali il regista dedica diverse scene, dai dialoghi ricchi e coloriti. É emblematico il rapporto che si crea tra la figlia di Sheeran, Peggy, e Jimmy Hoffa, che rappresenta il padre che forse avrebbe sempre voluto. Alle crudissime immagini di assassinii si sovrappongono scene che restituiscono momenti famigliari ricchi di amore e buoni sentimenti. E questa bipolarità sembra attraversare tutta la vita di Sheeran, fino a quando una delle due realtà non si scontrerà con l’altra. E l’uomo sarà destinato a perdere tutto, rimanendo completamente solo.

HO UCCISO JIMMY HOFFA

Il film di Scorsese attraversa diversi decenni per approdare a uno degli omicidi più misteriosi della storia: quello del leggendario e controverso sindacalista Jimmy Hoffa. Ma prima di giungere a quel momento chiave, simbolo di svolta dell’intera storia, il regista percorre insieme a Frank Sheeran quasi cinquant’anni di viaggio. Per fare ciò Scorsese ha sfruttato l’ultima rivoluzione in campo tecnologico, che ha permesso il ringiovanimento degli attori. Il tutto senza il bisogno di utilizzare delle comparse per interpretare gli stessi personaggi più giovani.

Scorsese ha più volte dichiarato l’affetto che prova per De Niro e Pesci e di quanto desiderasse lavorare al fianco di Al Pacino, e in “The Irishman” ha voluto lasciar loro tutto lo spazio scenico possibile. E dunque, dagli anni Cinquanta fino al Duemila, possiamo vedere l’evoluzione non solo morale ma soprattutto fisica dei tre personaggi, in un film dove Scorsese non spettacolarizza le azioni dei protagonisti, non li rende eroi o antieroi ma semplici uomini.

Scorsese stesso ha dichiarato che The Irishman è “un film sul tempo che passa, sulla moralità, sulla nostalgia, sull’amicizia e sul tradimento ma soprattutto sul rimorso”. Non vuole farsi domande sulla colpa o sull’innocenza dei protagonisti. Vuole indagare nel loro animo umano e creare un’opera lunga e complessa, articolata come è stata la vita di questi personaggi.

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L’IRLANDESE

L’estro di un maestro del cinema come Scorsese sta nel dipingere un mondo di criminalità senza renderlo stilizzato e fumettistico. La violenza, che fa da padrone nella vita di questi gangster, non è mai portata all’eccesso e dunque privata della crudezza. Con lunghi dialoghi, anche inseriti in ambienti apparentemente famigliari e sicuri, Scorsese scava nella mente dei suoi personaggi. Non lo fa per farci empatizzare o provar pena per loro, ma per umanizzarli maggiormente.

E tutte queste sfaccettature le ha l’irlandese Frank Sheeran, con una moralità distorta legata a un passato in guerra e a un presente insicuro. E Frank sembra trovare delle certezze solo in un mondo di criminalità e violenza, ma anche di vera e profonda amicizia che lo lega a Bufalino, che sancirà questo intenso rapporto donandogli l’anello dorato che mai si toglierà dal dito.

Fino alla fine non sembra esserci rimorso per ciò che ha fatto. “Era come essere in guerra” dice Frank sul finale, “io eseguivo solo gli ordini”, anche se in realtà ci sarà una morte che lo colpirà nel profondo, una morte inevitabile ma per questo non meno sofferta. Non vi sarà forse rimorso dunque, ma Frank pagherà un prezzo molto caro per le sue azioni, perdendo anche chi desiderava proteggere con tutto se stesso.

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Martin Scorsese ci regala una pellicola che il cinema contemporaneo stava aspettando. Con una fotografia puramente anni settanta dal sapore malinconico, il regista sembra aver messo tutto se stesso in questo progetto, lavorando con un cast immenso legato da un profondo sentimento di stima e affetto. E lo dimostra in questo film, dove desidera prendersi il suo tempo per raccontare la storia e la vita dell’irlandese. Gioca anche un’ottima carta rendendolo disponibile su Netflix, e dimostrandosi un regista ancorato alle storie del passato, ma con uno sguardo puntato sul futuro.

VOTO 8.5/10

Vittoria

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