THE LIGHTHOUSE

Il coraggio è nelle mani di colui che non ha nulla da perdere. Eppure Robert Eggers, regista e sceneggiatore newyorkese, con il suo esordio alla regia nel 2015 con l’horror “The VVitch” aveva ottenuto non solo un grande potere ma anche una grande responsabilità: il titolo di uno dei nuovi maestri del cinema horror contemporaneo. Ma quando la consacrazione arriva subito dopo l’uscita del primo film, mantenere il primato risulta quantomai arduo ed Eggers necessitava di un ulteriore scommessa per mostrare veramente le sue abilità.

“The Lighthouse” è la vittoria del cinema horror d’autore su tutti quei subgeneri che in parte lo hanno quasi portato alla morte. Con questa pellicola Eggers diviene legittimamente una delle voci più dirompenti del cinema horror contemporaneo, rivitalizzando e dando di nuovo vigore a un genere che per molti non aveva più nulla da offrire. Ma che forse, in realtà, necessitava solo di una nuova voce.

IL FARO

La scelta del bianco e nero ha la capacità di trasportarci in un’altra epoca, in un cinema che forse non è mai neanche esistito ma del quale sentiamo la mancanza. L’abilità di Eggers sta nel creare un’atmosfera di attesa, di consapevolezza che qualcosa di inevitabile e terribile stia per accadere sotto i nostri occhi.

É il faro il centro, il fulcro di tutto, sia della storia sia dell’immagine. Svetta sui due personaggi, un anziano guardiano perennemente borioso e ubriaco (Willem Dafoe) e il suo giovane apprendista (Robert Pattinson), apparentemente timido e taciturno. Ma tutti i personaggi sono celati, raccontano storie che non hanno vissuto, inventano nomi che non li appartengono e fingono di essere chi in realtà non sono. E tra questi vi è il faro, il primo “personaggio” a nascondere chi sia veramente, occultando un segreto che il giovane apprendista desidera ardentemente conoscere e vedere con i suoi occhi.

Si lascia tanto spazio al paesaggio, alla mistica e spaventosa bellezza della natura, ma ogni ambiente a partire dalla minuscola casa affiancata al faro diventa claustrofobico. Sono solo due i personaggi sull’isola ma sembra sempre mancare loro lo spazio e il respiro, anche per i ripetuti primi e primissimi piani che ci fanno leggere il continuo orrore e sgomento sul loro sguardo.

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L’ARTE DEL SILENZIO

Come si rende il battito delle ali di un gabbiano un suono spaventoso? Come si trasforma la sirena continua del faro in un rumore agghiacciante? Eggers sfrutta la ripetizione, rendendo questi elementi l’unico sfondo sonoro del film. La musica extradiegetica si ricollega al paradossale frastuono che gli elementi naturali dell’isola trasmettono. E quando la tempesta imperversa per giorni e giorni (o forse solo per ore? o per mesi?), diventano muti anche gli stessi personaggi, come se la natura avesse alla fine prevalso sull’uomo.

E con l’arrivo della tempesta, anche la follia che coglie i personaggi sembra raggiungere il suo apice: la regia sincopata e scandita da immagini apparentemente sconnesse, riflette i gesti maniacali e le folli urla del giovane Ephraim Winslow, (in)consapevole che nessuno li salverà da quella situazione di assoluto isolamento.

E il rumore del faro diventa quasi una cantilena continua che stordisce, la sua presenza diventa l’unica certezza sulla quale possono ancorarsi i personaggi. Questo genererà lo scontro tra i due, con il guardiano che tenterà in tutti i modi di evitare che il giovane apprendista possa toccare “la sua bella”, quel faro che sembra personificare il canto della sirena che attrae i marinai smarriti in mare.

DAFOE E PATTINSON

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Ma tutti gli sforzi di Eggers sarebbero stati vani se non avesse avuto dalla sua parte una coppia di attori di tale livello. Willem Dafoe, in primis, dimostra soprattutto fisicamente quanto un ruolo simile gli sia cucito addosso: il suo volto diventa una maschera lovecraftiana che, risaltata dalla luce artificiale, diventa a tratti terrificante. Il suo personaggio è ambiguo, ricco di sfaccettature e quasi divinizzato, il guardiano costretto a difendere la luce “divina” del faro.

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Ma sono gli occhi di Ephraim che raccontano la storia, portandoci a chiedere quanto il suo sguardo sia folle e disilluso o effettivamente terrorizzato dal suo compagno, che a tratti sembra perdere i suoi tratti umani. Robert Pattinson regala un’interpretazione indimenticabile, dando anima e corpo a un personaggio dalla doppia anima, sia vittima che carnefice.

La natura è invece l’ultimo elemento chiave per comporre questo trittico, che il regista sembra effettivamente rappresentare come un’opera d’arte, e pare proprio che sia dai quadri che attinga le basi per creare delle immagini così evocative e a tratti mistiche, dove l’atmosfera giunge quasi prima dell’immagine stessa. Vi è anche un vero e proprio desiderio di autenticità, dato da una ricostruzione quasi maniacale dei luoghi chiave dell’isola e anche di quei dettagli, quegli oggetti che in mano ai personaggi diventano quantomai simbolici.

IL MITO

La bellezza di “The Lighthouse” sta quindi nel suo essere così sfuggente: sfuggente è il suo significato, sfuggente è cosa sia realtà e cosa sia mera immaginazione. Ma è in questa ambiguità che si cela l’indubbia abilità di Robert Eggers, nel rendere costantemente lo spettatore illuso di comprendere quale sia il significato e il messaggio che vuole trasmettere.

Il regista crea un’articolata allegoria tra il sacro e il profano, tra divinità marine e terrestri, tra il guardiano del faro e il suo giovane e (non tanto) innocente apprendista. L’apprendista che come un novello Prometeo tenterà di rubare la luce, la luce “divina” a chi la governa, e pagherà un prezzo carissimo per la sua insubordinazione. Ma la luce diventa l’unico mezzo per espiare la propria colpa, per ottenere quella redenzione divina per un passato ricco di atrocità ed errori.

É un assurdo sogno? O un’atroce realtà? Ma non è questo l’importante nel cinema di Eggers. La sua arte è fatta di sensazioni, di folklore, di immagini potenti ed evocative che rimandano sempre a qualcosa che vive al di fuori della rappresentazione stessa. Il cinema di Eggers è ancorato al passato ed è forse questo che lo rende un autore rivoluzionario: la capacità di elaborare la materia delle origini pur rendendola inspiegabilmente innovativa.

Dunque è indubbia l’audacia di Robert Eggers, nel proporre una pellicola assolutamente fuori dagli schemi del genere, rielaborando le storia di Edgar Allan Poe e di H.P. Lovecraft, maestri nell’evocare il terrore con le parole, come Eggers è in grado di farlo con le immagini. “The Lighthouse” è una lettera d’amore non solo al genere horror ma anche al cinema contemporaneo, e non si può che attendere con impazienza la nuova scommessa che Robert Eggers ci regalerà in futuro.

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VOTO 8.5/10

Vittoria

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